CRONICA XX

Fabio Brotto

brottof@libero.it

bibliosofia.net 

 

 RISENTIMENTO. Ho più volte sottolineato, in queste Croniche, il significato simbolico dell'abbassamento della cattedra. L'archetipo simbolico della dualità ALTO/BASSO è onnipresente nelle culture umane: l'alto è il positivo, il basso è il negativo (anche nella scuola: basso livello, basse retribuzioni, bassa considerazione, basse cattedre, bassi voti). Senza dubbio le classi docenti occidentali nel loro insieme, e quella italiana in particolare, hanno sperimentato, in una forma differente almeno in parte da una nazione all'altra, un sostanziale ABBASSAMENTO nel corso degli ultimi decenni. Abbassamento come perdita di significato, come svuotamento: il significato, la pienezza stanno altrove, non presso gli insegnanti. Colui che vede il significato risiedere non presso di sé ma presso l'altro (anche se molte a volte a torto, è un gioco di specchi) prova il risentimento (la spina di cui parla Canetti in Massa e potere non è altra cosa). Il risentimento preme per scaricarsi. Su che cosa si scaricherà il risentimento degli insegnanti, che si vedono tendenzialmente espropriati di ogni significato della loro azione didattica, di ogni elemento di valore, di ogni stima sociale, di ogni autonomia reale, ecc. ecc., mentre vedono il significato stesso appollaiarsi sulle spalle dei Dirigenti, in quest'epoca storica in qualche modo interpretati come partecipi di una (pseudo) cultura imprenditoriale? Non potendo - se non in casi rarissimi - scaricarsi sui Dirigenti, se non in forma molto mediata e contorta, esso si scaricherà sugli allievi. Anche qui però non in forma scoperta, ma travestita, nelle ambagi delle subdole griglie, dei manipolati indicatori, dei misuratori che solo a nominarli portano certi tecnici alle soglie dell'orgasmo. L'allievo, il cui essere giovane è già per molti docenti un fatto mimeticamente problematico - in quanto divenire pienamente adulti nella nostra società è cosa difficile, e una condizione giovanile indeterminata e informe, prolungata senza limiti, è il sogno più o meno segreto di moltissimi e costituisce oggi il codice fondamentale del desiderio - diventa così l'oggetto designato: su di lui si scaricherà il risentimento del docente. Lo studente dunque come rivale mimetico dell'insegnante, ma non già perché egli tenti di raggiungere il livello di conoscenza del maestro, bensì proprio perché agli occhi del maestro appare indifferente a quel livello, e al docente stesso che lo incarna. Siamo in una situazione paradossale di mimesi mancata. O forse sarebbe meglio definirla come mimesi rovesciata.

La maggior parte dei docenti vive la frustrante esperienza di classi che non studiano, di allievi che si impegnano poco. Il sistema nel suo insieme, e il PPS in particolare pensano che ciò non esista, o sia connesso a metodologie inadeguate. Il docente avveduto sa che non è così, ma fatica a cogliere la logica generale, ovvero il meccanismo in cui lui stesso è inserito, spesso neppure avverte il suo proprio risentimento e il rispettivo oggetto. Si va avanti nella nebbia, ma il risentimento lavora, corrode, e genera patologie, che poi esplodono all'improvviso. Mi piacerebbe sapere, a questo proposito, quanti docenti ogni anno vengano tolti dalle cattedre e addetti ad un lavoro impiegatizio per ragioni di collasso psicologico. Devono essere parecchi, ma occorrerebbe rovesciare l'ottica dell'Espresso e valorizzare la classe docente, nella quale così pochi vengono colpiti dalla "sindrome del burn-out".

Quanto ai giovani, gli esiti di una ulteriore paradossale oscillazione tra comandi opposti (double bind) come "siate solidali come studenti, aiutatevi a vicenda!" e "siate competitivi, ci si realizza nella competizione!" possono in molti casi essere violenti, in ogni caso sono spiritualmente devastanti. Vedi a questo proposito lo scritto di Dawn Perlmutter Iconoclastia postmoderna, http://www.bibliosofia.net/files/ICONOCLASTIA__POSTMODERNA.htm .

LINGUE. Bisogna conoscerne (o essere abili in, o essere competenti in ?) almeno due oltre alla propria, per poter essere ritenuti buoni Europei. L'Europeo che ne conosca una sola oltre alla propria viene stimato un Europeo appena discreto, così e così. Quello che sappia parlare e scrivere solo la propria, quanto bene non importa, non si reputa neppure sufficiente, e per dirla col Boiardo lo si stima un fil di paglia. Ecco dunque che oggi si inizia ad apprendere l'inglese dall'asilo. In seconda elementare, vedete, i bambini parlando tra loro alternano italiano ed inglese. In quinta o giù di lì iniziano a parlare una seconda lingua, il triennio delle medie vede un travolgente perfezionamento linguistico. È un crescendo rossiniano di conoscenze e competenze e capacità linguistiche. I risultati si vedono: eccezionali ricadute su ogni materia di studio, su ogni forma di sapere.

È per questo che vedete arrivare al primo anno delle superiori studenti pre-disposti, studenti davvero meta-cognitivi. Io, ad esempio, quando, come mi capita sempre più spesso, mi imbatto in questi adorabili discepoli in grado di imparare subito qualsiasi cosa, di assimilare ogni concetto grazie alla mappaconcettualità acquisita e alla metacognitività transazionale, vado in brodo di giuggiole. Ma quanto in profondità debbono aver lavorato i colleghi che mi hanno preceduto, massime quelli delle medie! Capisco subito che spiegar Dante a codesti fanciulli sarà una bazzecola, che capiranno al volo come in Cavalcanti l'averroismo possa associarsi all'amore distruttivo, che non dovrò sudare per imprimere loro nella mente la differenza tra autore e narratore, e così via. Ma non sono certo il solo a fare esperienze così dilettevoli. Già nelle sale insegnanti di mezza Italia si cominciano a udire uggiolii di piacere all'inizio dell'anno scolastico. "Questa nuova classe è un incanto". "Non mi era mai capitata una prima così". "Come sono carini". "Come scrivono bene". "Chi l'avrebbe mai detto, le lingue europee sono un toccasana, quasi come la teoria degli insiemi, che negli ultimi anni ha forgiato decine di migliaia di cervelli ferreamente logici, che sembrano Vulcaniani". Gli insegnanti constatano un possesso sempre più sicuro della lingua. Come è bello insegnare nella scuola che cambia!

Ma il linguaggio, che secondo l'antropologia generativa è nato per differire la violenza, ha anche questo di caratteristico: la sua funzione è di unire nella comunicazione e contemporaneamente di identificare nella separazione (lo ha ben spiegato George Steiner in Dopo Babele). Mi capita di vedere un servizio di un TG nazionale sui gerghi degli adolescenti. Uno di quei numerosi servizi nei quali un appartenente alla pletora dei giornalisti televisivi scopre l'acqua calda. Qui il giornalista (pilastro della democrazia, beninteso, non sia mai che io attacchi una categoria così fondamentale e benemerita dimostrando risentimento nei suoi confronti) sostiene che gli adulti non siano più in grado di comprendere il linguaggio dei giovani, a causa del continuo generarsi di neologismi, ecc. A dire il vero, mi sembra di aver già sentito questo discorso nei mitici anni Sessanta, poi nei ferrei Settanta, quindi nei rampanti Ottanta, e successivamente nei problematici e informatici Novanta‚Ķ Il giornalista si sveglia la mattina, al bar sente per caso un adolescente parlare con un coetaneo in idioma giovanilistico, non capisce, decide che i giovani si separano come gruppo - mediante il linguaggio. Naturalmente, il giornalista nel servizio che scaturisce da questo evento non approfondisce, si limita a fare del colore.

Ma noi sappiamo che è proprio la condizione giovanile postbellica e postmoderna a individuarsi e ad essere individuata come separata. Necessariamente un gruppo separato che vuole essere tale sviluppa un linguaggio separato: per unirsi al suo interno nella comunicazione, e per identificarsi rispetto agli altri gruppi nella separazione. All'interno il risentimento è mediato e differito mediante il linguaggio, all'esterno il risentimento non è mediato dal linguaggio, e la violenza, non potendo essere differita e nemmeno scaricata direttamente, salvo eccezioni quali scontri di piazza, di stadio, ecc., assume forme simboliche e rituali (rock, discoteche, corse notturne suicide in automobile) e/o si incanala nella primitività dello stordimento mediante sostanze che alterano la coscienza (droghe varie e alcool).

CROCIFISSO. Ne ho già scritto nel recente passato. Nei giorni scorsi c'è stato di nuovo un gran parlare e blaterare del crocifisso nelle aule scolastiche. Il discorso così come è stato impostato è, come al solito, pretestuoso e colmo di ignoranza. Mi limito a poche parole. Le prime riguardano i cristiani, anzi i cattolici: si pretendono discepoli del Crocifisso ma non vogliono essere a loro volta crocifissi. La crocifissione infatti è una forma di espulsione: radicale, definitiva. Il crocifisso è il segno di un'espulsione che diventa, paradossalmente, il segno di una presenza, anzi addirittura di un'identità rivendicata contro altri. Quale? Non consiste certo in un'identificazione con Gesù il Crocifisso, l'Espulso, perché questa comporterebbe l'accettazione senza riserve del proprio essere crocifissi ed espulsi. Altro che opposizione al toglimento dei crocifissi dai muri. Coloro che praticano questa opposizione sono i difensori della propria identità culturale, non della Croce di Cristo.

Non conoscono nemmeno il numero degli Evangelisti (provate a chiedere ad un qualsiasi fervente difensore dell'identità cattolica della nazione qual è il numero dei libri del Nuovo Testamento - quasi certamente sarà confuso).

Non sanno come sono nati i Vangeli, e neanche in che lingua siano stati scritti.

Della Bibbia nel suo insieme è meglio tacere: la conoscono meno del Corano.

Ma strepitano perché un giudice sventato ha ordinato di togliere il crocifisso da un'aula.

 

SPAZZATURA. Unrat, spazzatura, è il soprannome che generazioni di studenti hanno dato all'indimenticabile figura di insegnante protagonista dell'omonimo romanzo di Heinrich Mann (Professor Unrat oder Das Ende eines Tyrannen , 1905, trad. it. G. Schiavoni, Mondadori, Milano 1997). Si tratta a mio avviso di un romanzo fondamentale per chiunque voglia affrontare il tema del risentimento e dell'espulsione, come ho mostrato in Sei narrazioni nell'orizzonte dell'espulsione ( http://www.bibliosofia.net/files/Conferenza_2.htm ), ma qui voglio riportare un passo (p.10) nel quale appare un eterno problema della scuola: come un lavoro intenso e strutturato su un testo letterario possa disamorarne gli allievi, e come tale disamore possa poi propagarsi come fuoco sulla paglia. Qui il testo su cui la classe vien fatta lavorare non è I promessi sposi, ma un'opera di Schiller (di cui vedi la bella interpretazione di Ann Astell in questo sito http://www.bibliosofia.net/files/Astel.htm ). Il risultato è il medesimo, a conferma del fatto che l'insegnante insegna anzitutto se stesso, che se non ama gli allievi quelli non ameranno la disciplina, che il metodo senza umanità producerebbe sì li suoi effetti,/che non sarebbero arti, ma ruine (Paradiso VIII, 107-108). Così i libri più alti diventano a loro volta, per gli allievi, spazzatura.

Della Pulzella d'Orléans la classe si stava occupando fin da Pasqua, ossia da tre trimestri. I ripetenti avevano familiarità con essa addirittura da due anni. La si era letta di seguito a cominciare dal principio, e poi riletta a partire dal fondo. Se ne erano mandate a memoria delle scene intere. L'opera aveva dato luogo a esegesi storiche. Si erano fatte, in proposito, digressioni poetiche e grammaticali. Se ne erano messi in prosa i versi, e la prosa era stata quindi di nuovo rivolta in poesia. Tutti coloro che, alla prima lettura, avevano avvertito in quei versi un soave splendore l'avevano però visto offuscarsi ormai da tempo. Nella tiritera stonata che veniva quotidianamente ripetuta non si distingueva più alcuna melodia. Nessuno percepiva più la voce estremamente soave della fanciulla che brandisce spade misteriose e infallibili e la cui corazza non ricopre più alcun cuore, quella fanciulla provvista di ampie ali d'angelo, lucenti e crudeli. Tra questi giovani, qualcuno in seguito avrebbe potuto tremare dinanzi all'innocenza quasi sensuale della pastorella, amare in lei il trionfo della debolezza, addolorarsi per le sorti di quella divina fanciulla che, abbandonata dal Cielo, diviene una qualunque povera ragazzetta disperatamente innamorata; dovrà però passare molto tempo prima che chiunque di loro possa provare tali sentimenti. Occorreranno forse vent'anni perché Giovanna d'Arco possa rappresentare di nuovo per loro qualcosa di più di un ricordo libresco e polveroso. 

MENZOGNA. In Menzogna romantica e verità romanzesca (Mensonge romantique et vérité romanesque, 1961, trad. it. di L. Verdi-Vighetti, Bompiani, Milano 2002) René Girard mostra in pagine bellissime e penetranti come il desiderio tenda a polarizzarsi su un mediatore che tanto più lo eccita quanto più appare, agli occhi del desiderante, pervaso da una sovrana indifferenza. Ma, ahimè, l'indifferenza divina che l'uomo può realmente attingere non è quella del vero Dio, bensì quella dello stupido animale, e, ulteriormente degradando, della cosa.

Questo universo incomprensibile è ancora quello del mediatore; l'altro è tanto più seducente quanto meno è accessibile; ed è tanto meno accessibile quanto più è svuotato di spirito e quanto più tende all'automatismo dell'istinto. E per l'appunto nell'automatismo e anzi nel puro meccanismo finisce, al di là della vita animale, l'impresa assurda dell'autodivinizzazione. L'individuo, sempre più smarrito, sempre più sfasato da un desiderio che nulla può soddisfare, finisce con il cercare l'essenza divina in ciò che nega radicalmente l'esistenza, ossia nell'inanimato. (p. 245)

Allo stesso modo, l'insegnante insoddisfatto del suo puro essere tale, e desiderante un più alto loco, viene necessariamente affascinato da ciò che è più basso, il Serpente, lo strumento menzognero che pensa di essere autonomo. E finisce per diventare come quello, trasformandosi in una funzione strumentale. Mangiate di questo albero e sarete come dèi. Nel Giardino della Scuola gli alberi sono ovviamente due. C'è l'albero della Vita, e quello delle Conoscenze, Competenze e Capacità (del bene e del male). Ma l'insegnante come tale si sente escluso dalla Vita, e dall'altro albero coglie il frutto proibito. Non c'è nulla di nuovo, in verità, sotto il sole. Come sempre, la verità è per i pochi, la menzogna per i molti.

DANZA. Nel Corriere del Veneto del 6 novembre leggo un articolo intitolato Nasce il primo liceo di danza e balletto. Pensiero stupendo. "Con un progetto, nell'ambito della legge sull'autonomia delle scuole superiori, nasce il primo Liceo Sociale ad indirizzo Sportivo e Coreutico del Triveneto". Mi sgorgano dal profondo sensazioni nietzscheane: in quest'epoca di decadenza e nichilismo diffuso ecco che si insegna ai giovani a danzare lievemente sul margine dell'abisso. Da vecchio metafisico le respingo, ma ciò non mi impedisce di pensare che questo sia un evento inattuale e contrario allo spirito bestiale del tempo. O forse mi inganno?

7 novembre 2003

SCUOLA E NON SCUOLA