Fabio Brotto

 

IL GIARDINO SENZA VENTO

 

Un romanzo metafisico

 

 

Parte terza

 

 

 

IL GUARDIANO DELLE PORTE

 

 

 Open the door, come in! sentì ripetere più volte.

Dentro dove? chiese.

Il corridoio era lunghissimo. Non se ne vedeva la fine. Da entrambi i lati si vedevano moltissime porte, un vicino all'altra, due file parallele interminabili. Nessuna era aperta.

Mi avevano parlato delle strane dimensioni di questa casa, ma non mi aspettavo una cosa del genere, pensò il nostro.

Come in!

La voce era vicina, ma la persona che parlava era invisibile.

Sei il guardiano delle porte? chiese Astolfi. La situazione non gli sembrava affatto, dopo il primo istante di meraviglia, strana o inquietante. Aveva, invece, un sapore di ovvietà. Le porte hanno spesso dei guardiani nei miti, nelle leggende, nei sogni. Sognava sapendo di sognare, ben consapevole dunque di essere al sicuro. In passato non aveva amato le porte, anzi le aveva odiate in quanto tali, al punto che tutte quelle del suo appartamento erano lasciate sempre spalancate, tranne quella dell'ingresso, che proprio non si poteva. Non aveva mai amato le porte, lui, eppure aveva sempre amato la casa, la sua tana, e anche le case degli amici, che si aprivano per lui calde e luminose. Quale contraddizione! Cosa sarebbe mai una casa senza porte? E quella di Spiro ne era piena. Che fare, ora?

Elige januam! scandì la voce.

Sei il guardiano delle porte? ripeté la domanda Astolfi.

Sono il Simaq. Sono un consigliere, rispose la voce, pronunciando le parole lentamente, con un accento straniero non identificabile.

Non ti vedo, disse il nostro.

Rerum tantam novitatem exspectasti, frater disse la voce. Come in!

Peregrinus exspectavi, pedes meos in cymbalis, si trovò a rispondere, senza capirne affatto il senso, Astolfi. E aggiunse: dovrei forse scegliere una porta, ed entrare?

Elige ianuam, tandem!

Ma, sono tutte perfettamente uguali. Non vi è nulla che distingua una porta dall'altra. Come faccio a scegliere?

C'è differenza tra le vite?

Tra le vite? Ma che vuoi dire? Certo che c'è differenza tra una vita e un'altra. Il mondo è tutto una differenza!

Perché non scegli una porta, e non entri? Non è consentito fermarsi nel corridoio. Non vedi che non c'è nessuno?

Sceglierei a caso. Le porte sono tutte perfettamente uguali. Non c'è alcuna indicazione che...

Ma è l'interno che non è uguale. Al di là delle porte ci sono le differenze.

Lo sospettavo. Anzi, ne ero sicuro. E' ovvio. E' rischioso.

Il rischio dell'entrare è solo apparente.

Ma tu che parli, tu conosci ciò che sta dietro le porte?

No. Solo le porte. Io sulle porte sto, le porte conosco. Von Schwelle zu Schwelle.

Sei un consigliere eccellente, ironizzò Astolfi.

Suadeo introire...

Ma è possibile, poi, tornare fuori, e scegliere un'altra porta? Nel caso, intendo dire, che quel che si trova di là non appaia gradevole.

Non so con certezza. Non so. Forse...

Ma, non sai nulla! E' possibile che non ti si possa vedere?

Non sono visibile. Consiglio...

Esasperato, Astolfi si mise a percorrere il corridoio. Il guardiano delle porte, o quel che diavolo era, continuava a non mostrarsi, ma la voce seguiva il nostro, e ripeteva: come in!

Dovresti piuttosto dire go in, dato che non hai nessuna intenzione di accompagnarmi, disse il nostro con stizza.

Pro januis loquor, disse la voce. E cominciò a canticchiare, con una voce nasale e non del tutto intonata: oh, I remember the times when my body was young...

Astolfi continuò a camminare per un po', avendo sempre la sgradevole sensazione di essere accompagnato. Sembrava che colui che si era presentato col nome di Simaq procedesse parallelamente a lui, al di là della parete di destra. Considerò ancora le porte: continuavano ad essere del tutto uguali, nessun particolare distingueva l'una dall'altra. Non restava altro da fare che aprirne una. La situazione era assurda e insopportabile. Spinse una porta, che docile si aprì. Guardò all'interno. V'era un buio assoluto.

La voce continuava la sua fastidiosa melopea, ripetendo come un ritornello when my body was young. Ma si interruppe di colpo, e disse: se vuoi luce, devi entrare.

Astolfi spinse allora, tenendosi un po' discosto, col piede, la porta seguente. Di nuovo buio. Fece qualche passo ancora nel corridoio, finché si accorse che aveva contato le porte davanti alle quali era passato. Le aveva contate dall'inizio, da quando si era trovato là, senza deciderlo, in modo irriflesso. Quella che aveva ora davanti a sé era la quarantesima. Quaranta: un numero forte, un numero pesante. La quarantesima poteva andare, dato che doveva pur sceglierne una. La spinse, s'aprì come tutte. E mentre varcava la soglia, gli parve di udire, ma molto lontana, la voce di colui che si faceva chiamare il Simaq: - de Deo, de tempore, de Gorgone...

 

 

SOGNO DI DIO

 

 

Ma non era in una stanza. La luce si era accesa, ma era quella del Sole. E si trovava in una grande pianura deserta. In una sorta di steppa, con l'erba alta, tutta uguale, che si moveva al soffio di un vento lieve. Dalla terra o dal cielo, o da entrambi, veniva il canto di uccelli, che gli parevano allodole. Si ricordò allora della sublime canzone di Ventadorn. Quando vedo l'allodola gioiosamente battere le ali contro il sole, ed ecco che si oblia e si lascia cadere per la dolcezza che le giunge al cuore...

Il sole scottava. La pelle delle sue braccia - le guardò con stupefatta ammirazione - era molto abbronzata, tanto che i tatuaggi di cui erano ornate (i tatuaggi!) si distinguevano appena. Aveva sete, ma sapeva che solo al mattino seguente avrebbe potuto bere: così imponeva l'usanza. Sarebbe arrivato al villaggio soltanto a sera. Ma si sentiva felice, perché la prova cui si era sottoposto era riuscita al di là di ogni aspettativa. Già, la prova... Quale prova? C'era stata, era riuscita: questo, vagamente, si ricordava. Si sentiva ripieno di potenza, ma la memoria di quello che era accaduto solo lentamente si stava facendo strada nella sua mente. Gli altri giovani sarebbero stati invidiosi di lui! I suoi rivali certo lo avrebbero voluto morto. Ma lui chi era? Ebbe un attimo di smarrimento totale, poi la potenza rifluì nuovamente in lui. Giovani! Astolfi ebbe un lampo di gioia incontenibile. Era di nuovo giovane.

Correva. Le sue gambe erano forti come quelle di un lupo. Era un lupo. Sul suo fianco sinistro, la bisaccia pesante era fastidiosa, sul destro l'ascia dalla lama di selce ballonzolava, legata saldamente alla correggia di pelle di cinghiale. La lunga asta era ben bilanciata nella sua destra, non l'impediva nella corsa. Era un lupo. Ma dov'era il coltello? Doveva averlo perduto mentre fuggiva dal territorio dei nemici. Poco male: dopo questa impresa, molti altri, e più belli, gli sarebbero stati donati.

L’impresa, la prova…

Correva. Sudava poco, nonostante il grande caldo. Tanti anni di duro esercizio – se ne ricordava bene, ora – non erano stati vani. A qualche decina di passi la carogna di un grosso bue selvatico era coperta di avvoltoi tumultuanti. Da un cespuglio una piccola antilope si lanciò in una corsa sfrenata, sollevando polvere. L’aveva terrorizzata la presenza di lui, il lupo, il cacciatore.

Correva. Sotto il Sole. Da solo aveva compiuto la sua impresa, da solo in mezzo ai nemici, ma fra poco tutto il villaggio si sarebbe stretto intorno a lui, il vittorioso. Gli uomini lo avrebbero lodato. Le ragazze lo avrebbero desiderato.

 

Seguiva i sacerdoti, gli uomini di conoscenza. Si muovevano lentamente verso le pendici di una collina. Erano vecchi coloro che conoscevano tutti i segreti del mondo. Nella loro giovinezza erano stati come lui, dei lupi pieni di forza vitale, bramosi di uccidere. Ora sapevano tutto. Il sapere appartiene a chi è anziano e vicino alla morte, ma si comincia ad acquistare da giovani.

Il sacerdote che lo aveva istruito gli camminava accanto. Gli sorrise: la tua strada è quasi finita. Fra poco sarai un uomo. Ti ricordi tutto quello che ti è stato insegnato? Sei pronto?

Credo di essere pronto. Astolfi si sentiva tranquillo e forte.

Giunsero all'imboccatura di una caverna, che si spalancava come una grande bocca aperta sul fianco dell'altura. Ecco la sede di Dio. La sua dimora profonda. Nessuno poteva avvicinarvisi. Solo gli iniziati, come lui, una volta nella vita. Le donne mai: il luogo era sacrosanto. I sacerdoti invece potevano andare e venire.

Gli anziani si fermarono davanti all'antro. Il più venerabile, la guida di tutti, si rivolse ad Astolfi con la sua voce debole, quasi un sussurro: cos'hai nella tua bisaccia?

Astolfi si ricordò solo allora che non si era mai separato da essa, e che da molto tempo aveva dovuto sopportare l'odore sgradevole che ne promanava. Rispose: tre vite.

Per chi sono?

Per Dio.

A cosa servono?

A farlo più grande.

Il sacerdote tese le mani tremolanti verso di lui, e Astolfi pose la pesante bisaccia su di esse. Il vecchio la resse a fatica.

Il vecchio mormorò: tre vite. Tre volte l'indispensabile. La tua virtù ha sovrabbondato. Tu sarai un uomo grande. Dio dà sempre grandezza per grandezza. E' giusto.

Il vecchio sacerdote, reggendo alta con estrema fatica la bisaccia, si addentrò nella caverna, e sparì alla vista di Astolfi. Un altro si avvicinò e disse: cosa chiedi?

Di vedere Dio.

Ti è concesso. Vedrai tutta la forza della natura divina. Il grande Uno molteplice, colui che domina il mondo. Devi dirmi, ora, i suoi cinque nomi di cui ti è stata donata la conoscenza. Dilli uno per uno, nel giusto ordine, e, per quest'unica volta nella tua vita, potrai entrare e vedere.

Astolfi li enumerò con sicurezza: - il primo è Sconosciuto alle donne. Il secondo nome è Inerte che muove. Il terzo è Voragine. Il quarto nome è Silenzio.

Conosci anche il quinto nome? chiese con grande enfasi il sacerdote. Esso esprime la forma nella quale Lui ti apparirà.

Il quinto è: Mucchio.

Puoi entrare. Entrare è capire.

Varcata la soglia dell'antro, Astolfi si ritrovò in una sala immensa, fiocamente illuminata da alcune torce. Dal buio la voce debole del supremo sacerdote, che era entrato prima di lui, lo chiamò.

Vieni avanti!

Si avanzò. Il fondo della grotta apparve. Non una parete di roccia, ma un profondo abisso. Ecco l'Abgrund, pensò il nostro. Sui margini stavano i sacerdoti, immobili. Dal fondo dell'abisso giungeva agli occhi qualcosa di simile a un biancore.

Aguzza lo sguardo, e contempla la vera immagine del nostro Dio, Sole che ci dà forza e vita, Luna che ci ristora! esclamò il capo dei sacerdoti, e, aperta la bisaccia che Astolfi gli aveva consegnato, ne trasse fuori una testa umana, stringendo nel pugno i capelli. Con uno sforzo immenso la lanciò nel vuoto. Astolfi credette di vederla raggiungere la cosa bianca. Ora vide: era creata da una quantità innumerabile di teschi.

Il sacerdote trasse dalla bisaccia la seconda testa, e disse: ora hai visto Dio, nell'unica forma che ti è accessibile. Conosci dunque, figlio mio, il suo sesto nome: Bianco nel nero!

Un uomo è un uomo solo quando può far crescere Dio, disse un altro sacerdote. Solo chi sa dare la morte può avere una vita veramente umana, e trasmetterla ai suoi figli. Ora tu, che hai dato la morte, potrai dare la vita. Esponi dunque la tua verga alla vista di Dio! Ricevi in te il sigillo della sua potenza!

Astolfi aveva visto Dio, ed ora doveva farsi vedere, nudo, da Lui. Questo fece scendere su di lui un terrore totale. Perché non se l'aspettava. Eppure avrebbe dovuto saperlo.

Non so più nulla! urlò con quanto fiato aveva in corpo.

I sacerdoti lo guardarono attoniti.

Non so più nulla! ripeté. Non ho nessuna verga! Mi hanno castrato! Mi hanno tolto tutto!

Non era vero, sentiva Astolfi, ma era come se lo fosse. Agitò la lancia, che aveva dimenticato di avere ancora in pugno. Con impeto disperato e furente la scagliò nella voragine. Ne uscì un urlo immane, assordante, come se l'asta si fosse conficcata nel ventre di un gigante, o come se tutte le teste del mucchio avessero gridato ad una voce. Allora Astolfi uscì di corsa dalla grotta, e si ritrovò in quella stessa pianura in cui all'inizio si era trovato a correre a perdifiato con il cuore gonfio di orgoglio guerriero, con le gambe di lupo, con tutto il corpo pervaso dalla gioia della forza. Ora era diverso. Ora era inseguito dalla paura: la paura di essere ingoiato da Dio. Eppure, nessuno lo inseguiva. Chissà come dovevano essere rimasti sconvolti i sacerdoti! Le iniziazioni non fallivano mai nella grotta, doveva essere la prima volta: e l'impuro era lui.

Essere un uccello, e volare dove si vuole! Astolfi correva ansimando, veloce quanto una delle gazzelle. Le aveva braccate molte volte, come cacciatore. Ora si sentiva una preda. Aveva commesso un sacrilegio: nessun dubbio era possibile su questo. Un sacrilegio! Certo sarebbe stato inseguito. E ucciso. La sua testa avrebbe raggiunto, recisa, quella miriade... Ma non percepiva, alle sue spalle, alcun indizio di caccia. Pieno di irosa vergogna e di terrore, si sentiva una bestia selvaggia pronta all'ultima lotta. Eppure, nello stesso tempo, in lui era l'assoluta certezza di non poter morire. Così è nei sogni, pensò.

Il fiato gli mancò, all'improvviso. Nella pianura notturna, illuminata dalla luna, si fermò ansante.

Simaq! urlò.

E la porta si aprì. Un rettangolo nero, più nero dell'oscurità circostante, dai cui contorni uscivano sottili filamenti di luce. Astolfi tese l'orecchio. Si accorse allora del canto dei grilli. La voce misteriosa e potente della vita notturna, che lo premeva d'ogni parte.

Una voce umana bisbigliò: presto! Come in!

Astolfi non comprese nulla, non decise nulla, ma una forza interna gli mosse le gambe verso quella cosa. La porta lo ingoiò.

Si ritrovò nel corridoio senza fine, quel corridoio dalle molte porte. Era di nuovo nei suoi panni, e nel suo corpo, e si sentiva molto debole, e vecchio. Era tornato quello di prima.

Credo di aver capito, disse a voce alta, sicuro che l'invisibile guardiano lo stesse ascoltando, che non c'è irreversibilità. Uno può entrare, ma può anche uscire.

Non è detto, però, che questo valga per tutte le porte, disse la voce. Del resto, pensa a come ne sei uscito... Ne hai provato solo una. Una sola esperienza non può esserti sufficiente a formulare regole e leggi...

Già...

Vuoi andartene di qui?

E' possibile?

Non so.

Ecco. No. Sono sicuro che non mi può capitare nulla di male, almeno fisicamente. E voglio vedere quello che c'è dietro a qualche altra porta.

Oh, I'm very glad.

 

Astolfi si mise a camminare lungo l'interminabile sequenza di porte, senza più contarle. Ad un certo punto si fermò davanti ad una, e avvertì il consigliere: entro qui.

Entra pure. E aggiunse, mentre Astolfi passava la soglia: si vis, de tempore...

 

 

SOGNO DEL TEMPO

 

 

Ancora luce diurna, dall'altra parte. Ancora una grande pianura semidesertica. Ma si trovava su di una grande strada lastricata. Poco distanti: un colle ed un vasto palmeto. Una città di pietre, bianca, sorgeva sulla cima del colle. Là si stava dirigendo. Di nuovo Astolfi si sentiva giovane e forte, ma in un modo diverso. E stavolta non era quasi nudo. Si guardò: la sua persona era coperta da un caftano dai colori brillanti. Dalle sue spalle pioveva un mantello. Sentì che il suo capo era coperto. Devo avere in testa un turbante, pensò. Gran Dio! Sono un arabo!

Il paesaggio oscillava regolarmente davanti al suo sguardo. Lo rivolse in basso. Un cammello! Sto cavalcando un cammello!

Si volse indietro. Lo seguiva una lunga carovana. Stavano salendo lentamente, i cammelli stanchi del lungo viaggio, l'erta del colle. La città si avvicinava. Si distinguevano ormai le sentinelle sulle mura massicce. La città coi suoi abitanti, gente amica. Chissà come sta il vecchio Said, pensò Astolfi, sono anni che non ci vediamo. Da un anno non ho più sue notizie. Potrebbe essere morto. In tal caso andrò a pregare sulla sua tomba. E non potrò più ascoltare le sue storie, e raccontargli le mie. Divenne triste. Aveva già perduto molti amici e conoscenti: chi morto di vecchiaia, chi di malattia nel letto di casa sua, chi in viaggio ucciso dai ladroni, chi affogato in mare, chi caduto in guerra. E qualcuno era morto di crepacuore, per i dolori procuratigli dai figli; uno era morto d’amore, un suo parente. Said era vecchissimo, ma rimaneva sempre uguale. La sua longevità me lo fa pensare immortale, ma non lo è, e se non è già morto verrà presto anche per lui il momento di lasciare la vita. E se, a novantaquattro anni, non fosse ancora pronto? Ed ecco che gli venne in mente l'ultimo incontro con il suo vecchio amico.

Said era in giardino. Un suo piccolo pronipote gli stava vicino, all'ombra di un ampio fico, e insisteva perché gli raccontasse una favola. Said quel giorno non era in vena di racconti: si sentiva molto stanco, e desiderava solo ascoltare gli uccellini, e nel silenzio pensare ai misteri di Dio, e cercare di capire se i suoi nove decenni di vita avessero un qualche significato. Il bimbo lo tormentava: nonno Said, diceva, una storia soltanto. Una storia piccola piccola. Poi starò buono.

Vedi, Ahmed, gli aveva detto allora il vegliardo, con la sua voce molto più giovane del suo corpo, i bambini vogliono sempre storie. E non interessa molto a loro se siano vere o false. Basta loro assistere con gli occhi della mente a dei fatti, a degli eventi, a delle avventure. Ad un certo punto della vita, poi, si comincia a nutrire la pretesa di distinguere il vero dal falso, e allora si rifiutano le fiabe dell'infanzia, e le storie che i padri, e i padri dei padri, ci avevano narrato sembrano a noi solo sterco di cammello. Ci interessano soltanto i fatti reali. Ma succede poi che, giunti ad un certo altro punto del nostro cammino, noi smarriamo la chiave del vero e del falso. E tornano a dilettarci quelle storie, che palesemente, secondo quelli che dicono di possedere ancora quella chiave, sono fasulle. Tu, amico, che ne dici? Hai ancora la chiave con te, o essa ti ha abbandonato?

L’unica chiave che io abbia mai avuto con sicuro possesso è quella del forziere dove tengo il mio oro. E l’unica che vorrei avere è quella del cuore di quella donna… Una chiave che non sarà mai nelle mie mani, cosa di cui mi angustiavo… una volta… tanto tempo fa…

Già. Già. Tu sei mio amico, in verità, perché sei infinitamente più vecchio nel tuo cuore di quanto tu sia nel tuo corpo. E’ dunque come se fossimo coetanei… Perché non la racconti tu una storia al piccolo Nazir?

Allora Astolfi aveva raccontato al bambino la storia che ora ritornava alla sua mente.

Nel corso di uno dei miei viaggi di mercante giunsi nella famosa città di Dantawi. Mi ospitò nella sua bella e ricca casa uno dei miei migliori amici, Al-Bourj (Dio l'abbia in gloria - è morto l'anno scorso cadendo da cavallo). Dopo una piacevole cena, durante la quale avevo gustato le delizie del suo cuoco, un po' ebbri di vino (Dio ci perdoni), conversammo per molte ore, fin nel cuore profondo della notte. Così l'amicizia ci spinse a scambiarci per l’ennesima volta le nostre idee sulle cose più importanti della vita, e finimmo necessariamente a ragionare d'amore. Io sostenevo che non esiste quel qualcosa che pretende di valere quanto l'amicizia, o di più, e che ne è separato dal fatto che può riguardare anche le donne, e che viene chiamato amore. Sostenevo che quel che porta questo nome è in realtà un'illusione, e la più potente tra quelle che hanno dominato sui cuori degli uomini.

Al-Bourj disse allora: su questo argomento, amico mio, molti hanno parlato e scritto, anche grandi sapienti, fin da tempi immemorabili, e io, nel mio piccolo, non so proprio cosa pensarne. Tuttavia ricordo che mi è capitato di leggere qualche tempo fa una storia, in un libro molto antico, che raccoglie scritti dei tempi perduti, parole dei tempi remoti. Questa storia, che ora ti narrerò colle parole mie, mi pare abbia molto a che fare con quello che tu hai appena detto.

Dunque, nella città di Babilonia, molti secoli fa, al tempo dell'idolatria, viveva un povero battelliere, di nome Shusin. A trent'anni era già stanco della vita, poiché non era riuscito ad avere altro amore che quello mercenario: ed erano femmine da pochi denari quelle che poteva godere, a causa della sua indigenza. Era bello e prestante, ma questo a che gli giovava? Le belle figlie degli uomini eminenti non lo prendevano in considerazione, non lo degnavano di uno sguardo, anzi non lo vedevano nemmeno. E quale dei loro padri lo avrebbe mai scelto per sua figlia? Quelle della sua stessa condizione, poi, facevano lo stesso, se erano belle, poiché speravano che la loro bellezza potesse farle scegliere da qualche uomo ricco, magari solo come concubine. Meglio, molto meglio essere una delle molte concubine di un ricco che la moglie prima e unica di un povero! Shusin non poteva concepire amore per una donna brutta, o anche solo non bella, e così si struggeva, e imprecava i fati e gli Dei per la sua sventura.

Diceva: vi chiedo così poco, o Dei! Non ricchezze, né potere, né una lunga vita desidero in sorte. Solo una donna, che sia una perfetta compagna per me, che sia bella, sì che i miei occhi bevano la sua bellezza, e in essa il mio spirito trovi la pace, e la mia anima si sazi del suo splendore. Poca cosa vi chiedo, o Dei, e voi perché me la negate? Non sono forse un uomo religioso, che vive secondo le leggi degli Dei?

Così, amareggiato viveva il battelliere Shusin, e disperava di poter mai porre fine alla sua angoscia.

Ed ecco che, una notte, mentre ebbro di vino dormiva uno dei suoi sonni agitati, la soglia della sua casupola sfolgorò di luce. Era Inanna, la grande dea: scesa tra gli uomini, si manifestava a Shusin col fulgore del suo volto. E, rivolgendo la parola al battelliere, gli chiese: perché non c'è una donna al tuo fianco, vigoroso Shusin? Non vedo una fanciulla che riscaldi i tuoi lombi.

Rispose Shusin: amo le belle, una di loro voglio possedere. Ma non ho alcuna speranza.

Allora disse Inanna nella sua luce: segui la mia aquila nelle vie del cielo, e vai al palazzo degli Dei. Là vedrai la donna più bella, e conoscerai la giustizia di Enlil.

E all'improvviso Shusin vide sotto di sé Babilonia, la grande città. Penne d'oro lo portavano sopra la terra dei due fiumi. Ed ecco giunse al palazzo di Ea, ed Enlil, il Potente, lo ammise al suo cospetto. Il dio lo guardò, e dopo averlo contemplato rise, e gli disse: Shusin, guarda! Togliti il velo dagli occhi, conosci finalmente la tua condizione, uomo dalla testa dura! Guarda l'amata del tuo cuore, senti la voce che ti fa tremare!

E nella sala del trono di Enlil, che è sopra le nubi del cielo, si avanzò verso Shusin una donna, la più bella che occhio d'uomo avesse mai veduta. E la donna parlò al battelliere, proprio a lui rivolse alate parole. Ma la sua voce non era voce di donna. Suonò, alle orecchie di Shusin, come la sua stessa voce.

Shusin era stupito, non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie. Allora di nuovo Enlil rise, e gli disse: hai capito, ora, cosa sei? Quel che ami, tu sei! Tu non sei dunque capace d'altro che di vivere dell'ombra di un'ombra. Va', Shusin, torna nella tua polvere. Ti basti l'amore delle meretrici!

I tre - il vecchio, l'uomo e il bambino - erano rimasti in silenzio per un po', dopo la fine della breve storia. Il piccolo Nazir era visibilmente contrariato e insoddisfatto. Said aveva guardato Astolfi con un'aria interrogativa.

Nazir non è contento della storia che hai raccontato, aveva poi detto Said, e nemmeno io lo sono. Non è certo una storia adatta ad un bambino, devi riconoscerlo. E forse non è nemmeno adatta ad uno molto vecchio come me. E' una storia per te: te la sei raccontata. Ma non me la prendo, lungi da me ogni intenzione di criticarti, caro amico, poiché so bene che tutti abbiamo dei momenti in cui è necessario parlare a noi stessi, nei modi che Dio ci rende possibili.

 

 

IL DUBBIO DI SAID

 

 

La città era ormai vicinissima. Già se ne udivano le voci. Chissà perché gli era venuto in mente proprio questo episodio, tra i tanti incontri col vecchio Said di cui serbava memoria nell'alta camera della sua mente. E' fortunato Said ad essere così in forze alla sua età - continuava a pensarlo in questo mondo - e ad avere uno spirito e una memoria così vivi. Said è un uomo eccezionale, ed è forse pensando ad uomini come lui che alcuni filosofi hanno visto nell'ultima parte della vita il suo tempo migliore. Ma, pur avendo Said davanti agli occhi, Astolfi non aveva mai potuto concordare con quei maestri di pensiero.

Del resto, lo stesso amico suo cosa diceva? Sono stato fortunato ad avere in sorte una così lunga vita? Ogni uomo è un frammento del tempo, e ogni sua stagione è come una perla in una collana; e se ad uno che la contempli tutta il gran numero delle perle può rendere l'immagine più splendida, alla singola perla cosa importa di avere abbondante o scema compagnia?

Astolfi si ricordò di un giorno in cui, nel giardino di Said, dove tutto era in fiore, il suo vecchio amico si era addormentato, nella fresca ombra in cui conversavano, proprio nel mezzo di un discorso. Parlavano di Dio. Il vecchio aveva detto : i…

Subito s'era reso conto che il suo vecchio amico si era addormentato all'improvviso, mentre pensava e parlava era stato colto dal sonno. Dal sonno, fratello della morte. Gli era capitato altre volte, ma mai nel corso di una riflessione così impegnativa. Il volto di Said non era tranquillo. Sembra che nel dormire sogni di pensare, si era detto allora Astolfi, e che il suo pensiero nel sogno insegua Dio, o piuttosto che sia trascinato sulle arte vie che conducono all'Altissimo. E infatti, dopo un'ora, durante la quale la mente di Astolfi era rimasta quieta, in uno stato di pace profonda, in un modo tale quale mai aveva sperimentato prima, occupata solo dal canto di qualche uccellino, il vegliardo si era destato, e aprendo la bocca aveva continuato: …pensieri di un vecchio come me non hanno molta consistenza, purtroppo. Sai bene, tu, quanto piacere mi abbia dato sempre il narrare storie, e l'ascoltare quelle narrate da altri.

Sì, lo so bene.

Ma in fondo ogni storia pretendeva di essere, a suo modo, vera; e insieme era cosciente di non esserlo.

Quale storia non contiene elementi di verità?

Già. Questo è il punto. Per tutta la mia lunga vita mi sono accontentato di elementi... Lunga vita felice di Said, invidiata da tutti! Ma ora vorrei, prima di morire - ogni fibra del mio essere lo brama - sapere con assoluta, definitiva certezza, che quei luccicanti frammenti sono stati almeno un riflesso di Lui. Almeno questo, mi capisci?

Come lo aveva capito allora Astolfi, con il suo cuore di vecchio, come non avrebbe potuto non sentire allo stesso modo! Erano allora rimasti, senza parlare più, ad ascoltare le cicale, e gli uccellini che le cacciavano tra le fronde, e cinguettando rissavano tra loro, mentre dalla casa di Said giungevano le voci sommesse e le risatine delle donne che stavano preparando la cena, e nell'aria la luce del giorno si preparava a dar luogo a quella della sera. Dalla sua malinconica memoria scaturì questa poesia:

La fronte serena di rose

Non colte da te dell'estate

Da un vento alieno baciate

Lasciate inclinare alla sera

Un dolce serpente accarezza

Che ama guardare i tramonti.

Astolfi sollevò lo sguardo dalla nuca del cammello, su cui era rimasto fisso mentre la sua mente vagava, al cielo. Ancora un paio d'ore e il Sole, anche per oggi, sarebbe tramontato. Ed era ormai giunto alle porte della città. Il capo delle guardie lo riconobbe subito, e si fece avanti per salutarlo. Anche Astolfi lo riconobbe, un vecchio amico di Said.

Quello gli rivolse per primo la parola: che Dio ti benedica e ti protegga sempre, Ahmed. Ti vedo sano, e ricco come Abramo! Ti sei deciso a sposarti, una buona volta? Dovere di ogni buon credente... Si interruppe, ammiccò, e gli sorrise apertamente.

Temo di non essere un buon credente, Mansur. Non come te, almeno, che Dio ti protegga. Ho paura che molti rimproveri mi saranno mossi nel giorno del Giudizio. E Said, come sta?

Possa riposare nel Paradiso di Dio, rispose il capo delle guardie. E' morto il mese scorso.

L'armigero si fece più vicino al cammello di Astolfi, e continuò: all'improvviso, una settimana prima di morire, smise di parlare. Capiva benissimo quello che accadeva intorno a lui, e se gli si chiedeva di fare qualcosa la faceva, si esprimeva a segni, ma non parlava più. Nemmeno una parola uscì più dalla sua venerabile bocca, benché tutti i suoi cari - tu sai quanto li amasse - lo scongiurassero di dir loro qualcosa. I suoi occhi dimostravano, secondo quel che si dice, come il dolore dei suoi familiari non gli fosse indifferente, ma non disse più nulla, fino alla morte.

Uhm...

Non ci credi?

Sì, certo, credo a quello che mi dici. Ma mi chiedo che senso abbia. Sono convinto, infatti, che debba averne uno.

Ma aspetta, non è finita. In realtà disse ancora qualcosa, proprio mentre moriva. Morì una mattina, senza altro preavviso che quel settimanale silenzio. Quelli che si trovavano nella sua camera udirono queste parole: ma allora, perché la verità ci asseta? In quel preciso istante, non appena ebbe pronunciato queste parole, si spense.

Oh, caro Said!

Già, che grande uomo è stato.

Intendevo... Be', stammi bene, secondo la volontà di Dio, Mansur. Ci rivedremo domani, penso, quando ripartirò.

La carovana entrò nella città, con la mente di Astolfi che non riusciva a concentrarsi, come avrebbe dovuto, sugli affari, piuttosto impegnativi, che lo attendevano colà. Si rivolse allora al suo aiutante, che lo seguiva sul secondo cammello della carovana: Bakr, tu non sei solo il mio braccio destro, ma anche una parte della mia mente. Il mio pensiero è preso tutto da cose che non hanno alcuna relazione cogli affari per cui siamo giunti qui. Devi sostituirmi in tutto, e so che sei perfettamente in grado di farlo.

Il servo fece un cenno lento col capo. Astolfi riprese: per stasera e domattina prendi tu le redini di tutto. Se qualcosa non andrà per il giusto verso, se qualche affare andrà male, non te ne renderò responsabile. Pazienza, in tal caso, ci rifaremo, e non ti accuserò di nulla. Del resto, dubito che tu possa commettere qualche errore, se non lo vuoi commettere.

Bakr guardò il suo capo con un sorrisetto nello sguardo, che ad Astolfi parve affettuosamente ironico. Perché mi guardi in codesto modo? chiese all'uomo.

L'amore prende forse qualche volta anche te, signor mio? celiò quello.

Ah, questo pensavi! No, mio caro Bakr, sono altre cose, più importanti dell'amore e degli affari. Forse.

Non ti capisco, ma certamente farò come comandi.

Astolfi guardò il suo uomo con simpatia, considerandone i molti meriti, che non riusciva però a richiamare alla mente in modo distinto. Lo salutò poi con un cenno della mano, curvò il capo verso il suolo richiamando a sé tutte le forze del suo spirito, e si mosse.

 

 

AL LUOGO DELLE OMBRE

 

 

Astolfi si diresse a piedi verso il cimitero, che si trovava fuori delle mura, all'altro capo della città. La dovette quindi attraversare tutta. C'era molta gente nelle strade, e molto rumore, voci si rincorrevano ed echeggiavano da ogni parte, e lui camminava assorto nei suoi pensieri, senza guardare nessuno. Pure, nonostante la sua estraniazione dall'ambiente, rotta soltanto da qualche occhiata che gli cadeva sulle bancarelle più vistose, notò un personaggio dall'aspetto severo e maestoso, che spiccava per la sua altezza, le cui vesti bianche parevano luminose nell'ultimo sole. Incontrò il suo sguardo, e gli parve di riconoscerlo come uno che doveva aver incontrato da qualche parte. Rinunciò subito a sforzare la sua memoria. Camminare era piacevole, nonostante la folla e il suo frastuono. Said mi diceva spesso, pensò, che lo attendeva l'angolo orientale, non occorre che io chieda dove si trova il suo sepolcro. Il chiacchierare e le grida della gente ora avevano cominciato a infastidirlo: era affamato di silenzio, e lo riebbe presto, perché la città non era molto estesa. Uscito dalla porta opposta a quella davanti alla quale si era incontrato con Mansur, vide subito il cimitero, che occupava tutto lo spazio rimanente della sommità della collina. I rumori della città ben presto furono lontani, e alle voci degli uomini subentrarono quelle di insetti e uccelli, i suoni che nella sua memoria erano legati alle conversazioni serali, con Said, come la luce che precede il crepuscolo, e il suo profumo. Si diresse senza indugio, camminando tra le lapidi, all'angolo orientale. Ah! Mi sono dimenticato del cedro, pensò, di cui pure lui mi aveva parlato spesso, che amava come un figlio. L'albero che il suo amico molti anni prima aveva piantato nel luogo della sua sepoltura era ora ben cresciuto, e la segnalava di lontano.

Ben presto Astolfi il mercante fu presso la tomba.

Eccomi qua, vecchio amico, mormorò mentre lacrime scendevano dai suoi occhi. Sono venuto a salutarti, ma stavolta solo io posso parlare. Se tu, che tanto amavi dialogare, dicevi che l'amico è colui col quale si può restare pacificamente in silenzio, sarai d'accordo con me sul fatto che non vi sono amici migliori dei morti, tra i quali ora ti trovi. Voi certo non potete parlare, e non si sa se possiate ascoltare. Ma, mentre questo è incerto, è invece sicuro che i vivi non possono fare a meno di rivolgere a voi le loro parole. Mi piacerebbe, Said, raccontarti un’ultima storia. Un’ultima, sì, perché non so se ritornerò mai in questa città, ora che tu sei morto. Io sono malinconico, e tu mi sollevavi dalla mia pesantezza, e sai che quando scompare il suo conforto il malinconico si aggrava. Soffrirei troppo se tornassi in questi luoghi che mi sono stati resi cari da te. Vorrei raccontarti un'ultima storia, ma in questo momento la mia memoria ha un muro davanti a sé...

In quel preciso istante Astolfi sentì che qualcuno si stava avvicinando a passi lenti, con circospezione, e si volse. Era un uomo anziano, di alta statura, dal portamento grave e austero. Astolfi riconobbe in lui la figura che aveva notato fra la folla della città. Lo sconosciuto si fermò a pochi passi dal sepolcro di Said.

Sei un amico di Said, straniero? chiese l'uomo ad Astolfi.

Sì, sono Ahmed, figlio di Omar, della tribù dei Banu Ohdri, ospite e amico di questo che è morto. E tu chi sei? Sei anche tu un amico di Said, venuto a pregare sulla sua tomba?

Sì, sono un amico, uno dei molti. Il mio nome è Natas, l'oinomed, figlio di Laab. Se non ti spiace, mi siederò all'ombra serale di questo bel cedro.

Il tuo nome mi ricorda qualcosa, qualcuno... Accomodati pure, ma non chiedermi di conversare con te. Non offenderti, ti prego: in questo momento il mio spirito anela solo al silenzio.

Ti capisco bene, e il tuo desiderio è il mio, A... Ahmed, disse quello soltanto, e tacque.

La presenza dello sconosciuto dal nome familiare, che però ricordava bene di non aver mai udito dalla bocca di Said, inquietava Astolfi. Era una presenza spiacevole, anche nel silenzio, ma doveva subirla. Si appoggiò con la schiena alla stele più vicina, e guardò i rami del cedro, sotto il quale lo sconosciuto sembrava immerso in profonde meditazioni. Nonostante tutte le afflizioni, questa è un'ora stupenda, e la natura sembra voler alleviare le pene del cuore umano. O forse è soltanto indifferente. Said... Said... E mentre pronunciava dentro di sé il nome dell'amico, la stanchezza del lungo viaggio gli chiese di dormire un poco.

 

 

LA MAGIA DI ENDOR

 

 

Nel sonno vide un albero dalle molte foglie, che un vento lieve faceva tremare, e che in parte cadevano, coprendo il suolo. Sotto l'albero sedeva un giovane uomo. Era Said.

Sei in ritardo, come al solito, in tutte le cose, Ahmed, disse. Stavo perdendo la pazienza, e già meditavo di partire da solo. Lo sai anche tu che la strada è lunga!

Mi attendevi... mormorò Astolfi cadendo dalle nuvole. Ma, dove dovremmo andare?

Finiscila di scherzare sempre. E' da molto che abbiamo deciso di andare a vedere le rovine di Endor. Non avrai cambiato idea, tu? Tu tendi a non prendere mai nulla sul serio.

Endor? balbettò Astolfi, cui il nome non giungeva nuovo.

Colui che lo aveva atteso balzò in piedi, e subito si mise a camminare velocemente. Aveva una bisaccia e un bordone da viaggio. Anche Astolfi si trovò ad esserne provvisto, e seguì con prontezza l'amico. Ma in cuor suo era molto stupito, e rivolveva molti pensieri. Aveva conosciuto Said già vecchio. E questo era giovane, ed era Said. E Said era morto, e questo era vivo. Che cos'era accaduto al tempo?

Il cammino lungo e faticoso si consumò in un baleno, come suole accadere nei sogni, e le rovine della città di Endor si distesero allo sguardo emergendo dalla terra arida e dai rovi.

Le città, come tutte le creature sotto il cielo, nascono, crescono, e poi deperiscono e muoiono. Anche quella in cui noi abitiamo, che ora è piena di vita, un giorno sarà covo di sciacalli e di serpenti. Quante fanciulle sorrisero qui, nello splendore dei loro anni, e furono amate, ed ora sono polvere, la polvere che calpestiamo! Tali furono le parole di Said. Poi si sedette su una pietra, e tacque per un pezzo.

Astolfi guardava il suo volto fiorente di giovinezza, e lo confrontava con quello rugoso e avvizzito del vecchio amico che conosceva, di cui aveva in sé la cara immagine.

Perché siamo venuti qui? chiese infine.

Per commuoverci, non te lo ricordi, cuor di poeta?

Eh?

Chi non si commuove almeno un poco di fronte alle rovine? Solo lo stolto, che non si accorge del tempo e del mutamento, di che cosa veramente significhino. Ma chi è savio nelle rovine vede se stesso, se stesso nei cadaveri, se stesso nella polvere. Così il suo cuore è distolto dalla superbia e nel contempo, poiché si ama di retto amore, si commuove. Dal canto mio, come vorrei, per un attimo, poter far rivivere questa città dai suoi mille anni di morte, così che si offrisse ai miei occhi la sua vita di mille anni fa! Vedere la ressa nelle strade, udire gli strilli dei bambini, le bestemmie degli schiavi, i risolini soffocati delle ragazze. Un attimo solo... Poter baciare una fanciulla che ora è polvere!

Quest'esperienza, pensò Astolfi, non sarebbe stata negata al suo amico. Infatti la prima moglie di Said era morta giovanissima. Ed era polvere negli anni della sua vecchiaia, cioè ora. Ora?

Ma qualcosa di anomalo in quel paesaggio attirò la sua attenzione. Guarda, Said, disse, c'è una capanna là in fondo. Qualcuno forse vive ancora in questi luoghi. Che siano lebbrosi?

I due amici si avvicinarono con passo incerto ad un tugurio, dal cui tetto usciva un filo di fumo. Un carro, cui mancavano due ruote, giaceva assieme a detriti e oggetti abbandonati. Ed ecco che videro due vecchi decrepiti, un uomo e una donna, seduti davanti alla soglia. I loro abiti, non meno vecchi delle persone che li indossavano, avevano lo stesso colore livido della casupola e della pietraia circostante.

Sedetevi un poco con noi, giovani stranieri, disse loro la vecchia con un tono di voce soave, ché ben di rado ci è data ormai l'occasione di scambiare parole con qualcuno. In verità, il mio sposo non parla più, ma credo che possa ancora ascoltare. E' molto, molto vecchio.

Lo vedo, disse Said semplicemente, e subito si sedette, secondo l'invito. Astolfi lo imitò. Ma i due giovani non sapevano come iniziare un discorso, e tacevano imbarazzati, aspettando che fosse la donna a parlare. Gli occhi di lei si muovevano continuamente, ed ora si fissavano in quelli dell'uno, ora in quelli dell'altro: sembrava che volesse penetrare nel segreto delle loro anime.

E' strano vedere qui due ragazzi. Avete forse, in nome di Dio, qualcosa da mangiare?

Said trasse dalla bisaccia una fetta di pane e la porse alla vecchia.

Abbiamo bisogno di poco cibo, sapete, mormorò quella. Del resto, moriremo tra poco tempo.

I due amici si guardarono, ed Astolfi chiese: da quanti anni abitate tra queste rovine?

Fin dal tempo della nostra beata giovinezza. Il nostro fu un amore illecito, e questo che vedi fu un giovane molto audace, che mi rapì dalla casa di mio padre, che non voleva concedermi a lui, e mi portò lontano dalla terra natale. Ci aspettavamo allora molta felicità dalla vita, speravamo di poter essere accolti da una terra fertile, di avere dei figli. Invece siamo finiti qui, abbiamo dovuto fissare la nostra stabile dimora in questa terra desolata, in questo deserto arido, senz'acqua. Lui, finché ha potuto, ha esercitato il latrocinio. Io sono stata accolta da una negromante come sua allieva, e dopo la sua morte ho preso il suo posto, e ho praticato l'arte peccaminosa che mi aveva insegnato, qui, fino a qualche anno fa. Ma, ahimè, quando l'ombra della morte giunge a sfiorare il suo capo, anche la negromante perde i suoi poteri, o gliene restano ben pochi. Così ora siamo molto poveri, perché da me non viene più nessuno.

I due giovani si guardarono, ma nessuno dei due lesse paura nel volto dell'altro, bensì soltanto pietà per i due vecchi.

Parlaci, ti prego, dei poteri che avevi, le chiese Said.

Far tornare i morti, perché i vivi possano parlare con loro: questo è il potere più grande, e quello che ha maggior valore. Poi c'è quello di leggere nel volto di una persona il suo destino. E' molto più apprezzato dalla gente, ma in realtà vale meno. Questo l'ho del tutto perduto, perciò - e sorrise dolcemente - se volete conoscere ciò che è stato stabilito per voi dovete andare da qualcun altro. Ho visto, infine, che conoscerlo comunque non giova, anzi rende la vita più amara, o più ottusa. Ma del primo mio potere mi resta qualche avanzo, così che, radunando tutte le mie forze superstiti, per compensarvi del pane che gentilmente ci avete offerto, potrei forse farvi parlare con qualche morto...

Astolfi guardò il suo amico con apprensione. Non amava la magia, ed era convinto che la cura dei morti andasse lasciata a Dio. Ma Said si illuminò di una luce intensa alle parole della vecchia.

Potresti, chiese esitante, far rivivere per me, per qualche attimo... queste rovine? Ecco, io vorrei vedere questa città, come era quando era viva... mille anni fa. Un solo attimo, un solo attimo mi sarebbe sufficiente. Puoi tentare di farla tornare dal mondo della morte?

Sul volto rugoso della vecchia si disegnò una espressione strana e indecifrabile, ma bella a vedersi. Nelle occhiaie profonde i suoi piccoli occhi brillarono come zaffiri.

Evocare la città morta… sussurrò. Non ho mai fatto una cosa del genere. Nessuno me l’ha mai chiesto. Solo di far tornare i genitori, i figli, gli sposi, gli amici perduti sono stata richiesta. Tutti i miei clienti hanno visto, hanno ascoltato, poi i morti tornavano dove erano. Dove erano? Tu credi forse che il fatto di parlare con i morti garantisca che per loro esista una forma di permanenza, o di vita oltre la morte?

Non lo so. E’ una domanda ben difficile, rispose Said.

Forse, disse Astolfi, la risposta è sì. Se parlo con qualcuno, questo deve esistere.

Tu sottovaluti la forza del desiderio dei viventi, rispose la vecchia, di cui la negromante non è che il mezzo. Ti dirò, in tutta sincerità, che io sull’Aldilà non so nulla, e forse ho le idee più confuse di quelle di un bambino, su questo argomento. Solo Dio sa, il cui Nome io peccatrice non sono degna di nominare. E posò sul suo compagno inebetito uno sguardo amorevole.

Già, Dio… mormorò Said.

Veramente grande deve essere il tuo desiderio di vedere quella vita che non c’è più. Perché?

Fin da quando ho iniziato a pensare, da bambino, il mistero del tempo mi tormenta. Fa nascere e distrugge. Ma, se si potesse salvare qualcosa... Se potessi muovermi in esso, e non soltanto con esso...

Il tuo desiderio di sfuggire al tempo, disse gravemente la donna, confina con l'empietà, poiché il tempo è la prima creatura di Dio.

Astolfi guardò lo sposo della negromante, l'uomo che cinquant'anni prima doveva essere stato forte, coraggioso, intelligente. Lo sguardo di lui era assente, velato, nell'ombra della morte, perduto in lontananze insondabili. Il suo corpo scarno e afflosciato non aveva più la forza di levare la mano a scacciare le mosche che gli si posavano sul volto. Guardò il giovane Said. Anch'egli sarebbe stato vecchio, avrebbe avuto la fortuna di raggiungere il sepolcro negli anni più tardi; ma lui, il suo amico, né inebetito né sazio di giorni sarebbe stato coperto dall'ombra del cedro.

Però, riprese la vecchia, cercherò di aiutarti a vedere quel che vuoi vedere, poiché sono certa che in te ci sia un uomo buono, che verrà sempre più alla luce, nel corso del tempo. E penso che molti ti ameranno. Ma tu, che gli sei amico, - e guardò Astolfi con intensità - che cosa fai qui? Sento che la tua presenza è fuori luogo, ma pure mi è gradita: anche tu sei buono.

Astolfi non sapeva cosa dire in risposta, perciò tacque.

La vecchia disse: entriamo nella mia capanna. Bisogna fare buio, per tentare quest'ultimo incantesimo. Penso che la mia vita non ne vedrà altri.

La donna delle rovine si alzò, e barcollando entrò nella casupola. Il marito non girò il capo. I giovani la seguirono. Quando lei ebbe tirato giù la tenda che era arrotolata sopra la bassa porta, dentro fu buio. Sedetevi per terra, disse, e state in silenzio. Io tenterò di aprire per voi un buco nel tempo. Quando avrò finito di parlare, uscite immediatamente. Entro pochi istanti, però, tornate dentro. Altrimenti, non so che cosa potrebbe accadervi. Silenzio!

Astolfi sentiva il suo cuore battere forte, con furia. Ma dove batteva? Dentro di lui o fuori? E dove?

Primogenito di Dio, cominciò la vecchia con una fioca voce cantilenante, primo gioco dell'Altissimo, prima lettera del Suo alfabeto, prima di tutte le sostanze di questo mondo, tu l'indicibile...

Alla terza invocazione, che ad Astolfi sembrò non finire mai, egli cadde nel sonno. Quando si risvegliò, non poté darsi conto del tempo trascorso, ma udì la cantilena di colei, che ora rimbombava possente come un tuono in valli montane: Primo Angelo del santissimo Nome, e poi nulla.

Andiamo! grida Said, afferrandolo per un braccio.

Appena fuori, nella luce. La scena li lascia senza fiato. E' gremita di folla. Endor dalle molte strade!

Seguimi! Said gli urla. E aggiunge il suo stupore: Quante case! Quanta gente!

Astolfi si avverte quasi invasato. Si mette a correre in mezzo a quella folla antica, che è tutta presa dalla sua vita di ogni giorno. Urta una donna che porta un'anfora sulla testa, e vacilla, e per poco non cade. L'anfora si salva miracolosamente.

Che tu possa finire come un cane rognoso tra le rovine di Urcotemebu! grida irosa la ragazza.

Astolfi la guarda negli occhi, ed è folgorato dalla sua bellezza. La riconosce. In un istante la prende tra le braccia, e la bacia. Lei rimane di pietra, con gli occhi sgranati di stupore smeraldino, e di pietra rimane Said.

Ma subito il saggio si riprende, e sorride all'amico: l'hai fatto tu al posto mio, eh? Ma ora vieni via, torniamo alla capanna, Ahmed. Non so quanto tempo sia passato. Lei ci ha detto di rimanere per pochi istanti. Pensa se non la ritrovassimo, quella capanna!

Che me ne importa, pensa il nostro, nella cui mente turbata tutto è confuso, mentre si chiede disperatamente perché abbia riconosciuto la ragazza, a chi somigli. La decisione di Said ha il sopravvento. Col cuore in gola si precipitano indietro, verso il tugurio della negromante, seguono i loro passi a ritroso. La casupola si rivela ai loro occhi all'improvviso, una apparizione tra le case di pietra. Ed ecco che i due si tuffano oltre la soglia, ritrovandosi nel buio e nel silenzio.

Ma, mentre passano il limite, ad Astolfi pare di udire una voce che grida, in mezzo al brusìo della folla antica: chi ti ha offeso, Mohenjo?

L'ombra del cedro non c'era più. La notte stendeva ormai su tutte le cose il suo manto unificatore, e l'oscurità era tutto intorno ad Astolfi ridesto. Ma da pochi passi giungeva al suo sguardo il biancore delle vesti di quel personaggio, Natas. E la luce delle stelle sulle pietre del cimitero.

Amico, che la pace sia con te, disse lo sconosciuto. Devo andare.

Addio, disse soltanto Astolfi.

Quando il suono dei passi di Natas non si udì più, e tutto fu avvolto di nuovo dal silenzio dei grilli, egli rivolse ancora la parola al suo vecchio amico: scusami, Said, del mio essermi addormentato. Ero così stanco... Ma forse l'hai voluto tu. Siamo così stati insieme ancora una volta. Tu mi hai portato a Endor. Tu mi hai portato a vedere quella...

Ed ecco che sentì improvvisa la voluttà di unire il pianto alle parole, di alimentarlo di parole. Così, eccitato, esclamò: morti! Quanti siete in questo cimitero? Una moltitudine? Ma più dei granelli della sabbia del deserto saremo alla fine del tempo. Ci giudicherà? O forse voi siete già al cospetto dell'Eterno, già giudicati, e io sono già con voi, e voi mi avete già in vostra compagnia, fuori del tempo?

Così finirono subito le sue parole, e gli rimase solo il pianto, che sgorgava dalla sua intima commozione, di cui egli stesso era l'oggetto, per la pietà che aveva di sé. Forse da morto, pensò, sarò - no, sono in compagnia di Mohenjo.

E ancora di nuovo si ritrovò in quel corridoio senza fine oscuro, quel corridoio dalle molte porte. E di nuovo era compiutamente se stesso, nei suoi panni consueti.

Simaq, disse, sei ancora qui?

Well, io sono sempre qui. Questo è il mio luogo.

Se tu sapessi come dubito del mio, ora... Cosa debbo fare?

 

Qui non si può far altro che aprire le porte e...

Entrare, vero? Ma sono così stanco. Lei è a Endor, l'ho vista. Ho scoperto qual è il suo luogo, almeno. Quanto al suo tempo... E' una follia. Ma sto sognando, vero?

Quanto a questo, non so risponderti. E se stai sognando, non so dirti da quando hai cominciato.

In quel momento la porta davanti alla quale Astolfi stava si aprì di colpo, e qualcuno, da dietro, lo spinse violentemente all'interno. Astolfi ebbe la vista ottenebrata, e cadde senza conoscenza.

 

 

SOGNO DELLA GORGONE

 

 

Vide. Il volto di Lucrezio era livido. Astolfi si sentì mancare il cuore. Perché?

Aulo! una voce rauca e debole invocò.

Astolfi seppe che l'invocazione era rivolta a lui: eccomi, signore. Devi dettare?

No, non oggi. Sto male, Aulo. Sto molto male.

Devo far chiamare il medico?

No, non servirebbe. E' giunta la fine per me, credo. Canidia... mi ha ucciso.

Orrore.

Ti ha avvelenato! Lo sapevo! Non erano solo voci quelle che si udivano in giro circa la sua natura malvagia.

No, non è come tu pensi, carissimo servo mio.

E' una maga!

E' giovane, e bella.

Lucrezio ansimava, e gli occhi di Astolfi non riuscivano ad incontrare quelli del suo padrone. L'ombra della morte si allungava fra loro.

Orrore.

Da quanto tempo non mangio? Stanca la voce del padrone di Astolfi.

Da quattro giorni. Altre volte hai digiunato. Era per purificare il tuo corpo...

E non sono morto, vuoi dire?

E’ così.

Caro Aulo! Ma ti farò libero, stasera. E ti lascerò molti beni, anche. E un compito da eseguire dopo la mia morte...

?

Ti faranno molte domande, infatti. Anche Cicerone...

Domande?

Su come io sia morto.

Signore!

Lasciami dire. E sta' bene attento. Sono stato avvelenato...

Lo sapevo!

Ma non ho mangiato né bevuto alcunché di velenoso.

Astolfi ebbe l'impulso di uscire dalla camera per precipitarsi a ordinare che fosse chiamato il medico, ma uno sguardo imperioso del poeta lo inchiodò lì dove stava. Allora, con la voce rotta dall'emozione, chiese: cos'hai toccato di malefico?

Nulla, sciocco! O meglio, ho toccato ancora una volta i miei limiti, i miei limiti assurdi... Guarda: gioco ancora con le parole.

Le parole, pensò Astolfi. Ma cosa sono? Da dove viene il loro grande potere, col quale schiacciano gli uomini?

Signore, tu sei un grande poeta, il più grande che mai Roma…

Sono il più grande infelice. Ho toccato i limiti della mia incapacità…

Il poeta filosofo emise una specie di rantolo, che fece rabbrividire Astolfi, e dopo un poco riprese con voce soffocata: ho creduto di potermi rendere felice. Pazzo! Anche il maledetto… Epicuro… anche lui ha detto un cumulo di menzogne. Che nessuno si illuda più di potersi fabbricare la felicità!

Astolfi avvertì più profondo il morso nel suo cuore. Signore! La filosofia l'hai seminata tu nella mia anima. E ora...

Canidia, la bella, l'ha distrutta. E' vero, è una maga. Ma lo è senza saperlo. La sua bellezza non se l'è creata lei. Le è stata data, dono inconsapevole e casuale della natura. E io la voglio!

Canidia! Ma è una ragazza del popolo. Come lei puoi averne mille, tu!

Sciocco! Non ricordi dunque i miei insegnamenti? Nessuno può avere il possesso di un'altra persona. E' impossibile. Io lo so bene, eppure la voglio. Desidero la bellezza del suo corpo. vorrei impadronirmene, in modo definitivo, per sempre. Farne una parte di me! Mi è diventata insopportabile la differenza tra la sua vita e la mia, tra il suo bel corpo e il mio. Vorrei assorbirla. Vorrei ingoiarla. E non posso.

Questo è l'amore, insana passione. Me l'hai ripetuto spesso, mettendomene in guardia. Gli uomini debbono e possono evitarlo. Mio signore, mio maestro, guarirai.

Morirò.

Perché?

Non posso sostenere la mia infedeltà a me stesso. Lucrezio non c'è più. L'amore l'ha ucciso. La cieca forza della natura disperderà nel cosmo gli atomi della mia anima disgregata, e li ricomporrà un giorno forse in nuove differenti forme. Ma che importa a Lucrezio di questo? Immortali li ha fatti la legge eterna, la loro legge, ma dissolubile è Lucrezio. E non mi importa se gli uomini non mi ricorderanno. Che può giovare il ricordo a chi non è più? Solo, dì a tutti che sono stato avvelenato. E che nessuno ha colpa. Incolpevole è la natura. Però questo è il massimo orrore.

Lucrezio tacque, e chiuse gli occhi. Si distese, senza aprirli, sul letto. Come sono debole! Ma la debolezza delle membra non mi impedisce di avvertire l'orrore che avanza. Dolce è infatti pensare che il male derivi dalla colpa, nostra o di altri. Ma il male di cui nessuno può a ragione essere accusato, di cui nessuno risponde, questo male è insostenibile. Sì. Pazzo Epicuro! E più pazzi ancora quelli che l'hanno seguito. Perché lui, almeno, si dice che sia stato felice.

La sua via...

Valeva per lui. La cieca natura generò un uomo non infelice... e gli stolti mortali, cuori ciechi, pensarono che ciò che valse per uno sarebbe stato valido per tutti. Qui sta l'inganno, dovuto alla speranza, non meno cieca della natura.

Astolfi sentì le lacrime scendere sul suo volto. Lucrezio si rinnegava.

Versami una coppa di vino, chiese la voce stanca. Puro! Non metterci l'acqua. Verità senza abbellimenti. Versa tanto vino. Questo è l'unico filtro per Lucrezio.

Ma, signore! Hai sempre bevuto così poco...

Ora berrò tanto. Ho bisogno di bere. Versa!

Astolfi prese il cratere che Lucrezio faceva riempire di vino pregiato per gli amici, quando dava un convito, il cratere greco, da cui non aveva mai fatto versare per bere da solo, e sul quale era dipinta, pregevole opera d'arte, una raffigurazione d'una scena del mito di Alcesti.

Versa, Aulo!

Il liquido scuro riempì il calice.

Sangue, mormorò Astolfi.

Lucrezio udì. Sangue di pecore nere per il dio sotterraneo, disse ridendo debolmente.

Astolfi gli porse il calice con la mano che tremava. Tremava anche quella che il poeta gli porse. Tremava anche la conoscenza di Astolfi.

Bevve in fretta. Tossì. Riempi di nuovo, disse, ma prima ascolta. Ti devo dire una cosa.

Astolfi restò immobile, in mezzo alla stanza, col cratere in mano, pesante, mentre Lucrezio sul letto, sollevato sul gomito, gli sorrideva. Un sorriso flebile come la sua voce. L'altro giorno mi sono fermato sulla Via Sacra, di colpo. Dovevo andare da qualche parte. Dove? Non ricordo. Forse da Cicerone, quell'uomo che parla sempre. No, forse... Da Canidia. Ma mi sono fermato, all'improvviso, senza un motivo. Mi sono messo a guardare la gente che passava. Quante belle fanciulle ci sono a Roma! Di tutte le stirpi. Quanti schiavi! E quanti lo sono senza saperlo, schiavi, delle loro passioni. Guardavo i volti di quelli che passavano: chi veloce e chi lento, chi pieno di forze e chi debole e infermo, chi vicino alla fine e chi ancora lontano. E ho pensato: ognuno è se stesso. E ho pensato: siamo tutti diversi. E ho pensato, no, non ho pensato, ho visto: ecco la luce della fanciulla che non conosco passa per un attimo davanti ai miei occhi, e poi sparisce. Non la vedrò mai più. Ed ecco un'altra, diversa, dopo un po' appare, e come la prima scompare. E così una terza, una quarta, che non conoscerò mai. Mai! E così degli uomini, dei vecchi e dei giovani, dei virtuosi e dei viziosi, degli ignoranti e dei sapienti: tutti passano, e io non so nulla di loro. Nulla! E forse tra loro c'è uno che è più grande e più sapiente di Epicuro. Uno che sa tutto, che è perfettamente felice. Al quale non posso chiedere nulla, perché mi è ignoto. Dimmi, Aulo, hai mai provato qualcosa di simile?

Signore... sento solo l'Ade, che non esiste... spalancarsi sotto i miei piedi.

Versa ancora, riempi. Te l'avevo detto di versare ancora.

Dopo tutti questi giorni di digiuno, ti ucciderai, bevendo così, senza misura.

Senza misura? Cos'è la misura? Ognuno la stabilisce per sé, la sua misura! Come potrei temere la morte, se non sopporto più la vita? Sai che non si può aver paura di ciò che è nulla. Dammi!

Il poeta afferrò il calice che Astolfi gli porgeva, con la mano che non tremava più. La misura dell'orrore era colma.

Poi che Lucrezio ebbe bevuto, si assopì d'un tratto. Astolfi prese uno sgabello, ornato di borchie auree, e lo accostò al letto. Depose a terra il cratere, vicino a sé, il cratere pesantissimo, che lui non sapeva affatto maneggiare, e si meravigliò di essere riuscito a versare il vino senza infrangerlo. Il debole bagliore del braciere effondeva sul volto del poeta sofferente una luce rossastra. Respirava con fatica. Cosa devo fare, si chiese. Se ha deciso di morire, morrà. Berrò anch'io. Riempì per la terza volta il calice, e lo vuotò d'un fiato. Bevve ancora. Ancora. La visione del maestro malato si annebbiò. Astolfi guardò l'esterno del cratere dipinto. Scena meravigliosa: Morte prendeva Alcesti, e il marito la guardava mentre veniva trascinata lontano da lui, lei morente al posto suo per libera scelta d'amore. Con uno sguardo fisso la mirava, come trasognato. Colui che aveva ornato il vaso doveva essere più che un pittore.

Ma solo nei miti si può morire in luogo di un altro. Maestro, come vorrei poter essere io la tua Alcesti. Anche senza Ercole liberatore.

Cosa stai dicendo, Aulo? chiese il sussurro di Lucrezio ridestato.

Signore...

Stai piangendo sul mito di Alcesti? Fai bene... E' l'unico mito che meriti le lacrime di un uomo. Perché ci dice quanto disperatamente i mortali abbiano bisogno di alterare la realtà delle cose, per poter vivere... Alcesti! Alcesti, dove vai? Resta qui un poco. Fermati a parlare con me. Se ne va.

No, signore, guarda, disse Astolfi singhiozzando, è sempre qui. Che sacrifica se stessa per amore di Admeto.

Sacrifica... se stessa. Dunque il suo amore non è la brama di unirsi all'amato?

Non so.

Alcesti! urlò il poeta. Fermati!

Ha la febbre alta, pensò Astolfi, sta delirando.

Aulo! Tu dirai a Cicerone, che non capirà nulla, che morendo... Lucrezio... si divise in due. E Lucrezio partorì Alcesti. E Alcesti si staccò dal cratere, e venne, per un poco, ad abitare in mezzo a noi.

E' impazzito. Sragiona.

Ma il poeta continuò, con la voce scarsa e cavernosa: sì, dice Alcesti, io, l'eroina che amò il marito al punto di scegliere di morire al posto suo, ti dico perché ingrata è ai mortali la morte.

Perché, dico io Lucrezio, si illudono che le loro anime, sopravvivendo al corpo, possano incontrare nell'Ade abissi di terrore, sofferenze inaudite. Ma la morte è il nulla, e non si può aver paura di ciò che non è. Quando siamo, il non essere non è; quando il non essere è, noi non siamo...

Le tue parole insensate mi danno pena, dice Alcesti. Gli umani temono proprio questo, il nulla. Non vogliono che la loro coscienza si spenga, che per essi si spenga l'Universo.

Ribatte Lucrezio: il sonno e la malattia dimostrano cosa sia la morte. Nulla, in verità, di temibile.

A questo punto Astolfi vide il poeta rannicchiarsi nel letto, diventare piccolo. Rimase interrotto il suo discorso sdoppiato, mentre egli singhiozzava piano.

Dopo un tempo difficile da misurare, riprese: stolto! dice Alcesti. Non conosci dunque la gioia del risveglio e della guarigione? Chiede Lucrezio: perché hai scelto di morire, tu? Non forse perché ti eri appropriata a tal punto, nel tuo amore, di Admeto, che eravate ormai un essere solo? E così, come fanno i malati, che sacrificano parti del loro corpo, in certe circostanze, e addirittura delle membra intere per sopravvivere, Admeto-Alcesti non poteva sacrificare Alcesti, strappandola da sé per poter ancora respirare l’aria del giorno? E poi, vedendola da un altro lato, se senza Admeto la tua vita non avrebbe avuto senso, non sarebbe stato poi tanto meritorio il tuo sacrificio. O doppiamente stolto! Risponde Alcesti, ché non ti rendi conto che la tua incapacità di amare le altre vite fa della tua vita la vita dell’Universo! Tu alimenti in te stesso una furiosa brama di unificare tutto. Ma questa è, o poeta, la morte. Dice Lucrezio: vattene allora, mentitrice! Illusione della pluralità! Il tuo amore è la sirena che nasconde dietro il corpo di uccello, che con le variopinte ali spiegate ci attira a sé, mucchi di ossa calcinate.

Tutto un biancheggiare… mormorò Astolfi.

Dice Alcesti – continuò il poeta, la cui voce ormai era quasi impercettibile e totalmente alterata : se vuoi, me ne vado. Ma se non resto con te, avrai un’altra compagnia.

Sono qui con te, signore, disse Astolfi, afferrando la mano del grande malato. La voce di Lucrezio era ormai un soffio.

E' proprio la fine, Aulo. E ne sono pienamente cosciente. Dalla fantasia malata sorgono i fantasmi... dell'illusione.... della verità che non è. Oh, se gli dei che stanno tra i mondi potessero vedermi, come sarebbero disgustati...

Sbarrò gli occhi: viene! Mi guarda, Aulo!

Chi, signore?

Non dire mai il suo nome!

Riposa un po', ti prego.

Non posso distogliere lo sguardo. Devo guardarti, maledetta! Tu no, Aulo... Tu devi vivere. Bisogna essere ciechi, per vivere... Chi guarda... muore. Dillo a Ci...

Buio e silenzio.

 

 

BABAU

 

 

Questa volta Astolfi non si ritrovò nel corridoio, ma nel salotto di Spiro, in quell'angolo fiocamente illuminato. Lui dormiva, tranquillo, sulla sua poltrona. Guardò l'orologio: le quattro. Non aveva dormito molto. Non poteva però raggiungere senza la guida di Spiro la camera che gli era stata assegnata. E se quello non si fosse più destato fino al mattino? Non poteva certo svegliarlo, non se la sentiva. Del resto, il divano era comodissimo, e vi avrebbe benissimo potuto trascorrere il resto della notte. L'ambiente intorno era silenzioso, la luce gli pareva ancora più debole di quanto fosse durante il suo colloquio con il padrone di casa. Fuori il buio era senz'altro profondissimo. Non siamo in estate, pensò, ci sono pochi insetti, o nessuno, in giro, e gli uccelli dormono. Il respiro del suo ospite, lieve e regolare, si accordava all'ambiente, e sul suo ritmo i pensieri di Astolfi iniziarono ad assumere quella forma libera e leggera di foglie nella corrente che, se percepita, dice alla mente che essa sta per entrare nell'altro regno, nel regime notturno. Ma tra quelle foglie un improvviso barlume: ho dimenticato la magnesia.

Così Astolfi dormì tutta la restante parte della notte sul divano, né si accorse che ad un certo punto Spiro si era levato, e aveva raggiunto la propria camera. Dormì fino al mattino, ma di un sonno opaco, pesante, senza sogni degni di essere ricordati, soffrendo di una digestione quanto mai difficoltosa.

Alle sei e mezzo si risvegliò, ma si sentiva male, e non aveva la forza di levarsi in piedi. C'era un po' di luce, i primi albori, e si udiva un forte tubare di colombi, che sembrava provenire dal tetto. Le sacre colombe di Venere, pensò, e subito Mohenjo. Provò un senso di emozione e di nausea congiunte, e, mentre cercava di trovare in sé la forza di raggiungere il bagno o la cucina per bere un po' d'acqua, senza accorgersene si riassopì.

Non se ne accorse però, poiché non ebbe la percezione di alcun sostanziale mutamento nell'ambiente che lo circondava. Solo, era diventato più buio, soprattutto da un lato. E, all'improvviso, ebbe la sensazione che in quel buio ci fosse qualcuno, perché un calore gli parve venire di là, come una brezza tepida. Un calore, e un odore anche, che, dapprima tenue, diventava di attimo in attimo più intenso, trasformandosi in uno spiacevole lezzo. Poi udì un respirare profondo, come di un grande animale. Poi qualcosa si mosse, qualcosa di non umano. Acquistò una forma, grande, dalle linee tondeggianti. Ed ecco una voce, che gli parve familiare, ma che non poté identificare, parlò: è il Babau, il fetido, il grande ventre, mostro caotico primevo, che si rende visibile nella forma dell'Ippopotamo. Dall'inizio ritorna. Il ciclo è chiuso.

Aveva quattro o cinque anni, un'età all'inizio dei suoi ricordi, quando...

Sì, era una delle prime volte che andava al gabinetto da solo. Era sera, o mattina presto. Tanto, il gabinetto non aveva finestre. O forse sì, una piccola. All'improvviso la luce era andata via, e lui si era trovato al buio, da solo. Indifeso. E lì, in un angolo del locale, che misteriosamente era diventato grande, aveva scorto il Babau, di cui tanto aveva sentito parlare, ma in termini vaghi, senza descrizione. Era un ippopotamo puzzolente. Grugniva e mangiava. Mai avrebbe pensato di poterlo rivedere da adulto. Il puzzo, come di maiale, invadeva le narici e la mente. Astolfi si sentiva sull'orlo di un precipizio, e voleva urlare. Invece udì se stesso chiedere: cosa vuoi?

Stare qui, nella mia dimora.

Va' via, bestia! gridò il nostro. Devo svegliarmi e andarmene, pensava intanto.

Vivo, e mi ingrosso, nella mia dimora, disse il Babau, o una voce per lui, e cominciò a grugnire, sempre più forte. Sembrava che mangiasse qualcosa.

Si udirono delle voci: date da mangiare al Babau, che deve crescere!

Astolfi udì dei tonfi, poi i grugniti dell'essere divennero più forti, e quasi continui. Si stava ingozzando di cibo.

Ma, cosa mangia? pensò Astolfi.

Mangia tutti i rifiuti, proclamarono in coro le voci. Ci fu uno scoppio di risa.

Astolfi si destò di soprassalto. E questa volta definitivamente. O almeno così gli parve, poiché, dopo tutto quello che aveva sperimentato, sonno e veglia non si distinguevano più tanto facilmente.

 

 

EPILOGO IN GIARDINO

 

 

Spiro era nuovamente seduto sulla sua poltrona, davanti a lui. Gli sorrise. Come si sente?

Non troppo bene lo stomaco. Ho anche avuto un incubo. Anzi, più d'uno... Una serie ordinata, direi.

La vedo inquieto.

Eh, se le raccontassi tutto quello che ho sognato! Roba dell'altro mondo.

Già, dell'altro, senza dubbio. Ehm, vediamo: qui c'è una tazza di tè caldo per lei. Le farà bene. Poi, una bella passeggiata nel Giardino la rimetterà a posto.

Poi vorrei anche visitare... la casa, se lei me lo consente.

Spiro sorrise ancora. Certo. L'accompagnerò io stesso. Ma ricordi, caro amico, quello che ho detto ieri sera, a proposito di questa dimora.

Dimora... Lo ricordo. Ma non mi sembra più tanto strano. Ho cominciato a capire che le dimensioni interne del Giardino non corrispondono a quelle esterne. Tante altre cose, per la verità, non corrisponderebbero.

Anche le dimensioni interne di mia sorella, scherzò l'ospite.

E quelle di Mara? sfuggì alla bocca di Astolfi.

Notò una rapida nube trascorrere sul volto del suo interlocutore. Le ho detto che è amica di mia sorella. E, in verità, non so bene perché lo sia. Ogni amicizia ha un motivo, certamente, o un groviglio di motivi, ma nessuno può sapere. Forse Teofila ha bisogno di avere accanto a sé qualcuno di piuttosto comune, che le ricordi forse ciò che lei stessa poteva essere, e non è stata. L'amicizia è una cosa piuttosto oscura all'intelletto, sa.

Come l'amore.

Già.

Teofila mi accompagnerà nella mia passeggiata nel Giardino. Verrà, credo, anche il signor Natas. E Mara, sa se ci sarà anche lei? Ne sembrava così entusiasta. Dico, del Giardino.

E' probabile. Non ama star ferma. Sedendo et quiescendo non è il suo motto. E' il mio.

Astolfi stava finendo di sorseggiare il tè, quando sopraggiunse Teofila. La colazione è pronta, annunciò festosamente, e chiese al nostro come avesse trascorso la notte.

Astolfi le sorrise, e notò che la piccola prostituta era vestita con eleganza. Sembrava perfino quasi bella. Si alzò dalla poltrona. Non avrebbe mangiato nulla, a colazione, ma avrebbe partecipato al rito del mattino. Seguì Spiro e la sorella attraverso un dedalo di stanze che non riconobbe, e si ritrovò in una veranda chiusa da grandi vetrate, dove una tavola ben apparecchiata attendeva. A tavola era assiso, con l'aria di uno che ha dormito uno splendido sonno, l'arzillo vecchietto Natas dagli occhi lucenti.

Dormito bene? chiese semplicemente l'ometto ad Astolfi.

Non mi lamento. E gli altri della compagnia?

Penso che siano in arrivo, disse Teofila.

Di lì a poco furono tutti seduti, ciascuno nella posizione che aveva occupato a cena. Tutti parvero ad Astolfi particolarmente allegri. Io stono nel coro, pensò.

Guardò a capotavola. Il posto di Mohenjo era vuoto. Il suo sguardo incrociò quello di Spiro, e lui credette di cogliervi, oltre il velo della simpatia, un grande dolore. Ma forse anche quello era un velo, giacché dietro ogni apparire c'è solo un altro apparire.

La colazione si svolse rapidamente. Poi don Angelo e Bernardi si congedarono calorosamente da Spiro, e salutarono cortesemente tutti. Il sacerdote doveva rientrare quanto prima nella sua parrocchia, e Bernardi non poteva lasciare la moglie sola più che tanto, se non al prezzo di durevoli querimonie. Astolfi, a cui quello aveva stretto a lungo la mano, vide il suo antico compagno di scuola accostarsi a Mara col sorriso sulle labbra, un sorriso felice. Udì più volte pronunciare la parola sogni.

Spiro gli si fece accanto. Saremo pochi, oggi. Quell’amico di cui parlavamo ieri sera, i cui giovanili versi hanno fatto sorgere quella, ehm, disputa tra Natas e me, ha telefonato per comunicarmi che non potrà venire. Me l’aspettavo. Del resto, mi perdonerà, ma io oggi sono piuttosto impegnato. Ci vedremo soltanto a pranzo, perciò. Perché lei resta, vero? La lascio peraltro in ottima compagnia: potrà passeggiare nel Giardino finché ne avrà voglia, e vedrà che il tempo passerà piacevolmente. Il tempo, alla cui esistenza bisogna pur credere, disse qualcuno, altrimenti si sogna...

Chi ha detto questo? chiese Astolfi, sorpreso. Sta scritto in qualche libro?

Veramente non ricordo chi lo abbia detto, o scritto. Una donna, ho la sensazione che sia stata una donna. Ma come idea è interessante, no?

Intervenne Mara, che da un po' di tempo stava fissando il nostro, che dal canto suo se ne era ben accorto ma non lo aveva dato a vedere. Che faccia! Lei non mangia nulla, professore? Ha senz'altro bisogno di un po' d'aria fresca, disse tutto d'un fiato.

Credo... iniziò a rispondere Astolfi con una smorfia.

Usciamo, usciamo, disse Teofila. Il Giardino attende gli ospiti. Non l'hanno ancora ammirato di giorno. Astolfi, almeno.

L'aria fresca c'è, disse Natas aprendo la porta della veranda, ma non si muove. Non c'è un filo di vento.

Non glielo avevo detto? disse Teofila.

Tutti salutarono Spiro, che si diresse verso il suo studio, e uscirono, nell'aria fresca, luminosa, e ferma. Mara appariva al nostro molto eccitata, troppo. Lei il giardino lo conosceva già. Né poteva essere la sua compagnia. E poi ora, dopo Mohenjo... Ma lei l'aveva poi vista, quella species? L'aveva vista veramente? Forse no. Forse i suoi occhi erano chiusi. In ogni caso codesta ragazza deve essere una che vede poche cose.

La ghiaia scricchiolò sotto le sue scarpe. La luce lo accolse. Che luce! Troppa per una giornata di novembre. Molti alberi, alti, e macchie di colori autunnali, ma con le foglie quasi tutte su, come se la stagione fosse là in ritardo di due mesi.

Ha visto che bello? gli chiese Mara. Non si arriva con lo sguardo al muro del Giardino. La vegetazione lo impedisce. E ci sono molti sempreverdi. Guardi quanti uccelli! E non ci sono solo passeri, merli, storni, colombi, tortore. Ma anche - guardi su quel ramo - fringuelli. E guardi là, quello è un verdone.

Un verdone? disse Natas. Strano nome per un uccelletto così piccolo. E poi non mi sembra neanche tanto verde. Non sarà, per così dire, fuori stagione?

Il maschio, se lo guarda da vicino, può vedere che è bello verde. Lo sa che si può incrociare col canarino? Vengono fuori degli ibridi canterini.

Se ci sono uccelli che non amo, disse Astolfi con decisione, quelli sono i canarini. Quelli tutti gialli. Del resto, io, da ragazzo, sparavo volentieri agli uccelletti. Anche ai verdoni. E poi li mangiavo con la polenta. Buonissimi. Una volta, in un campo di sorgo, ne presi una trentina. Lo disse per colpirla, ma era vero.

Non me lo sarei aspettato da lei professore. Lei è crudele, allora? O forse è pentito?

No, che pentito! Era bello sparare agli uccelli. Ma la caccia è una cosa da uomini. Le donne non possono comprenderne il fascino, disse Astolfi per rendersi odioso agli occhi di Mara.

Ma, lo fa ancora? Va ancora a caccia?

No, si tranquillizzi. Ma, più che altro, perché non c'è quasi più nulla a cui poter sparare, dalle nostre parti, e forse nel mondo intero. Ai verdoni non si può più. La caccia più diffusa sul pianeta oggi è quella all'uomo.

Homo necans, sogghignò Natas.

Poiché Teofila e Natas si erano messi a camminare davanti, e a parlare tra loro a voce piuttosto bassa e inudibile, fu inevitabile per Astolfi trovarsi al fianco di Mara durante la passeggiata, cosa che non gradiva affatto in quel momento. La ragazza si rovesciava continuamente indietro i bei capelli castani che le piovevano sul volto, ma non con quella grazia che solitamente rendeva quel gesto agli occhi di Astolfi grato ed amabile in altre donne. Nevrotica creatura la figlia di Bernardi. Tacesse, almeno. Forza del desiderio: tacque.

L'anima di Astolfi era divisa in tre. Il Giardino, che attirava la sua attenzione con la sua singolare bellezza. Il ricordo dei sogni della notte, vivido in lui (Lucrezio! Said!). E poi, Mohenjo. Ma questa triade durò nell'alta camera della sua mente solo per i primi passi. Poi, il Giardino ebbe il sopravvento. Mira!

Alberi di ogni specie, di ogni varietà. Alberi da frutta ed esotici. Macchie spinose. Roseti. Arbusti. Grovigli di essenze diverse.

Gli occhi esultano, riposando su tanta dovizia. Paradisus deliciarum. Forse troppe. E, senza vento, gli odori non giungono, mescendosi, fusi alle nari, disse Natas. E aggiunse: dov'è il Serpente? Non può mancare.

In quella Teofila si rivolse ad Astolfi, dicendogli: qui e ora sta bene una canzone, e io la canterò per lei.

Il nostro sorpreso la vide con una chitarra in mano. No, era un liuto - e donde lo aveva tratto? La piccola prostituta disse ancora: le faccio dono di una mia canzone, e la prego di scriverla con buona e bella scrittura nel libro della sua memoria. E subito trasse dolcissimi suoni dalle corde, e Astolfi incantato udì:

Come risplende il tuo lucido fato

Che io ti invidio, che ti fa sereno

Come la Luna, argento in faccia a Dio!

Quando l'angoscia è diventata piena

In questa oscena, dura e vuota notte

Te costruisco, mio fantasma amato.

E quando splende la tua lucida spoglia

Della luce lunare, mio serpente

E quando cresce la tremante voglia

Io ben conosco che il veleno scende.

Quando cade degli occhi il tenue velo

Che ti nasconde, che mi fa dolere

Chiara risplende e dolce margherita

Dove le nubi e il sole e il grande cielo

Tu mi rifletti, mio serpente, vita

D'ogni momento sognato di piacere.

Quando la musica tacque, il silenzio fu assoluto. Lo ruppe la stessa Teofila, scherzando: non è nascosto forse in lei, Natas?

La sua canzone è quanto di più romantico io abbia mai udito nella mia lunga vita, signora, rispose l'ometto con un tono che non era il suo abituale.

Ripresero a camminare. La stradina coperta di ghiaia si biforcò.

Lei da che parte andrebbe? chiese Teofila volgendosi ad Astolfi.

A destra, istintivamente, rispose Astolfi. Ma non è lo stesso? Mica si potrà allontanarsi molto... o forse sì?

Non è lo stesso, rispose la piccola donna. Vede, qui ci sono molte biforcazioni, e anche trivii. E, in verità, molti sentieri, alcuni dei quali decisamente interrotti. E' grande il Giardino.

Questa è una delle poche cose che ho capito con chiarezza, da quando sono qui, rispose Astolfi. Ma mi sembra incredibile che nessuno lo curi. I margini dei sentieri sono segnati nettamente. La ghiaia è pulita, e si direbbe collocata di recente.

Viene curato, ogni tanto.

Se no si ammala, aggiunse Natas.

Teofila sorrise, e prese Natas sotto braccio. Astolfi li guardò camminare davanti a lui, coi loro passetti. Non poté fare a meno di rivolgere una parola a Mara: bella coppia, no?.

La ragazza lo guardò senza rispondere. Sembrava avere un'aria molto offesa. Il Giardino non impedisce di dire stupidaggini, pensò il nostro.

 

 

FINE

 

 

I rami autunnali degli alberi erano indorati dai raggi del sole all'occaso. Trascorsa era quella giornata, ed era tempo per Astolfi di pensare al ritorno, di risolversi a partire, abbandonando il Giardino. Seduto su una panchina, così simile a quella del Tramonti, tra Natas e Teofila, ecco il nostro che li contempla con la mente vuota, e solo la moltitudine delle foglie, tutte ferme per l'assenza del vento, riempie il suo sguardo. Non c'è nulla dentro di lui, nella vanità dell'alta camera della sua mente. Improvviso, come una ventata, un nugolo di uccelli scende dall'alto e, invadendo le chiome del Giardino, le muove, e lo anima di molti suoni.

Anima anche i tre, facendoli uscire dal loro silenzio.

Il sole cade, e scendono dall'alto molte ombre, mormora Teofila.

E poi viene, e le unifica, la notte, soggiunge, senza muovere il capo, Natas.

Però c'è sempre vita nel Giardino, dice Astolfi.

E noi tutti ci guardiamo ancora, nella poca luce, dice Teofila.

Tuttavia nessuno di noi sta guardando gli altri, ora, pensa il nostro, ma tutti stiamo guardando dentro di noi, e chi sa che cosa vediamo. Teofila probabilmente ha molto da vedere, o almeno qualcosa. Natas, io credo, nulla. E io?

Nel silenzio di voci umane gli parve di udire una voce femminile, risonante all'interno della casa di Spiro. Una voce sconosciuta. Che siano arrivati altri ospiti? Si volse verso la villa. Al piano superiore una luce era accesa. Guardò, interrogativamente, prima Teofila, poi Natas, ma entrambi parvero non badargli, immersi in pensieri profondi. Si alzò. Camminò lentamente verso l'ingresso. I suoi passi erano leggeri e silenziosi, senza che lo volesse, come di ladro.

La porta della casa era aperta, non si udiva alcuna voce, alcun rumore, non si percepiva alcun movimento. Soltanto, anche all’interno, giungeva, un po’attenuato, il suono degli uccelli. Passò accanto alla porta dello studio, e scorse Spiro. Stava leggendo, seduto alla scrivania, col capo tra le mani. Sa di me? Raggiunse le scale, e le salì, con lentezza sempre più consapevole. C’erano poche stanze al piano superiore. Provò un forte senso di delusione. Perdersi qui? Spiro dunque scherzava? Eppure il Giardino era veramente quello che ne era stato promesso. Si fermò. L’oscurità era quasi totale. Ma ecco che dai contorni di una porta filtrava una debole luce. Ecco! Questa dev'essere la stanza dalla finestra da cui... Bussò. Nessuna risposta. Esitava ad aprire. Forse c'è Mara che sta facendo l'amore con qualcuno... Ma si decise, e aprì.

Il corridoio dei sogni sta, lunghissimo, davanti a lui, e i suoi occhi non raggiungono la sua fine.

Sei all'inizio, fratello, dice il Simaq.

All'inizio, all'inizio... ripete il confuso Astolfi.

Hic historia incipit, fabula, vita, dice la voce.

Astolfi sente se stesso tremante, tremendamente affascinato.

Vengo per rimanere.

Sei venuto da lontano. So far in past times, so far away.

Già, da lontano.

Elige januam.

Astolfi comincia, a passi lenti, ad avanzare lungo il corridoio dalle infinite porte.

 

A tutti quelli che potrebbero aver raggiunto in qualche modo quel luogo singolare, e potrebbero aver chiesto notizie di Astolfi (e in verità potrebbe non essere stato alcuno), si dice, sembra, che il Simaq potrebbe aver ripetuto che non conosceva il destino di lui, che non aveva più rivisto dopo quella sera; ma che questo di certo poteva dire: che Astolfi aveva sperato di poter raggiungere un luogo chiamato Endor, e colà fissare la sua stabile dimora.

 

 

FINIS